Tra civette e bisse: la grande dea nascosta nelle leggende ladine

Domenico Nisi – Marta Villa, Tra civette e bisse: la grande dea nascosta nelle leggende ladine, in Ladin! Rivista dell’Istituto Ladin de la Dolomites, Anno V, nr 2, Dicembre 2008.

Narra una leggenda di Cortina d’Ampezzo che la civetta, chiamata thiuta o begarola, sia un uccello del malaugurio. “Un outra roba ‘sa che son su i uziei che no porta ben r e ra Begarola; iò l ei sentuda na ota, ma ne veduda, r ei sentuda via par note, dormìe al terz pian co ra funestra daerta d istate e ves bonora: “Oiuto! – desedo el me on – sente l à da esse calchedun che s à fato mal, l é quasi na os che begarea, sente … o… o”. “No – dis me on – r e ra Begarola però – el dis – pì che sto burto sentì, sto burto – no l ea gnanche un urlo – un baià, ra porta mal”. I disc he entro l’an, inze l an morirà calchedun de I parentes. Suzede algo de burto ma senpre su morte. In chel an l é morto me pare, calche mes dapò l é morto me pare[1]”.

Le civette, i gufi e tutti i rapaci notturni, alle volte anche le cornacchie, sono considerati uccelli del malaugurio; in particolare proprio la civetta (striges), dallo stesso nome latino dato anche alle streghe, dal verso stridente nella notte o simile ad un urlo o ad un abbaiare, ma malinconico e triste, è stata considerata negativamente nell’immaginario popolare e assimilata alle forze demoniache. La paura atavica per il male, che porta l’uomo a gesti superstiziosi, è stata quindi capace di deformare il reale attraverso processi di rimozione liberatoria. Tuttavia non è possible dimenticare che, nel corso della storia, questo animale ha assunto significati diversi, divenendo così un simbolo ambivalente. Vittima di questo capovolgimento non è solo la civetta, ma anche serpenti o bisce e le strane e misteriose anguane che sono diventate creature positive/negative non per nascita, ma per adesione ad una ideologia piuttosto che ad un’altra. La loro presenza nella memoria dell’umanità è antichissima e va cercata agli albori, quando l’uomo viveva immerso nella natura, più grande di lui, e, per questo, luogo da rispettare e considerare come una divinità.

Nel Paleolitico la civetta, secondo alcune interpretazioni antropologiche e archeologiche, non era considerata come portatrice di sventure; la sua rappresentazione era strettamente legata alla Dea Madre, figura fondamentale del panteon religioso dei nostri antenati. Questa entità che si colloca nell’uomo stesso e ne rappresenta gli umori vitali, la passionalità e gli istinti primordiali alla sopravvivenza, era innanzitutto un simbolo femminile; ha trovato posto in molte rappresentazioni iconografiche ed ancora oggi è possible ritrovarla in racconti orali o trascritti, legati alla memoria. Il suo potere era nell’acqua, nella terra, nella capacità rigenerativa della stessa natura di cui era rappresentazione[2]. Uno dei vari animali che comparivano contestualmente alla Dea Madre era appunto la civetta: simbolo anche di morte, una morte che era oggetto di profondo interesse e della quale si cercava una spiegazione, ma che nello stesso tempo veniva percepita nella sua naturalezza, cioè un termine per il ricominciare ciclico di nuova vita, una fase di passaggio. Questo significato è la chiave dell’inno alla vita e alla rigenerazione riflesso nell’arte. Non esiste quindi nella mitologia di questo tipo di società la possibilità di categorie morali di bene/male che vengano dualisticamente riprodotte anche tra gli dei[3]. Queste rappresentazioni zoomorfe della divinità sopravvissero in Europa per tutto il Paleolitico, il Neolitico, fino all’Eneolitico (rame), a partire dal quale e prevalentemente nell’età dei metalli (bronzo, ferro), mutò la percezione e la comprensione del mondo e la Dea Madre[4] venne relegata nel profondo delle foreste o sulle altezze delle cime innevate: simbolicamente il Concarena in Val Camonica o la punta del Similaun in Val Senales, come molte altre punte coperte perennemente di neve, sono state considerate la dimora di questa divinità femminile. Essa lì cercò di sopravvivere sino all’età attuale attraverso credenze, favole e miti: spesso in montagna si incontrano il trono della Dama Bianca, la scivolata della fertilità, la Signora delle Nevi e ogni qualvolta vengono annoverati nomi simili, immediatamente si evocano suoni ed emozioni che  C. Jung ha definito “frutti della vita interiore affiorata dall’inconscio” e che riportano ad uno stato di natura dove la natura era una presenza onnicomprensiva. La società culturale precedente alla scoperta della fusione aveva uno schema di valori molto diverso da quella subitamente successiva: la Dea Madre era il cardine della sfera mitologica e sacrale e il femminile era venerato e rispettato con riconosciuto timore. L’uomo si faceva a volte sepellire rannicchiato nella stessa posizione del feto nella pancia della madre, posizione rassicurante, potente, invulnerabile. La donna, in quanto racchiudeva in sé il mistero della vita, in particolare nel portentoso fenomeno dell’ingrossamento del ventre e dopo un tempo stabilito dell’espulsione di un altro essere umano era considerata magica; il suo corpo in stato interessante veniva rappresentato continuamente dall’arte votiva dell’epoca. L’uomo aveva timore e provava un senso di sottomissione inconscia per questo suo simile, ma diverso, che lo inquietava e lo attirava attraverso un magnetismo biologico. Il genere femminile, allora, dominava la gerarchia sociale e occupava un posto privilegiato: in questo modo la sua indole pacifica era esemplare per l’organizzazione sociale[5]. Ad un certo punto della sua storia l’uomo scopre la fusione dei metalli e attraverso questa inizia a forgiare armi ed attrezzi. Prima di questo evento epocale, una vera e propria rivoluzione, per costruirsi gli utensili e anche le armi di offesa e difesa impiegava molto tempo perchè doveva scheggiare ogni oggetto singolarmente lavorando la pietra levigata e la selce. Gli oggetti realizzati servivano per l’agricoltura e la caccia, venivano conservati e protetti perchè erano i soli utensili utili alla sopravvivenza: senza di essi si rischiava di morire. Ma l’era dei metalli mutò completamente l’artigianato: non era più necessario lavorare parecchie ore per procurarsi un unico oggetto utile a vivere. La fusione permise di produrre in serie lame, pugnali, punte per frecce e lance, falci… la fatica e il tempo utilizzato erano molto ridotti rispetto a prima e la qualità e l’efficacia erano sorprendentemente aumentati. L’uomo si affeziona da subito a questa serie di oggetti perchè di uso quotidiano e ne fa delle indispensabili appendici. Ora anch’egli possiede un elemento, tuttavia esterno ad esso, apparentemente magico perchè senza dolore per chi lo utilizza, può togliere o salvare la vita ad un altro essere umano. Il metallo di facile reperibilità e lavorazione diviene simbolico perchè possiede tutta la potenza del calore del fuoco, e quindi del sole, con cui viene forgiato. Gli uomini riacquistano fiducia in se stessi e trasformano questi oggetti in simboli magici che proteggono e che divengono indispensabili: la donna viene ridimensionata e relegata in una posizione subordinata. Anche lo sguardo e la religiosità mutano: l’essere umano che prima era legato alla terra e ai fenomeni acquatici e umidi, alla fertilità e agli elementi guardati orizzontalmente (sguardo orizzontale), divinizzando il fuoco, forgiatore dell’oggetto magico, si rivolge al sole e al cielo (sguardo verticale). L’astro diurno viene percepito maschile perchè da potenza all’arma, appendice maschile, la donna viene associata alla luna e alla notte, rimane legata all’inquietudine primigenia e tutti i simboli che erano legati al culto della Dea Madre vengono ribaltati e sentiti non più come unici ma in ambivalente antagonismo con quelli nuovi. In molti luoghi quindi questi vengono fatti scomparire e sono sopravvissuti solo nelle leggende e nelle favole che, essendo frutto della fantasia, possono calmare la paura. Si spiega così la sovrapposizione o addirittura cancellazione degli stessi con fenomeni di iconoclastia nell’arte rupestre e mobiliare, come ad esempio in Valcamonica.

Sono inoltre testimonianza di questa antica credenza la presenza delle Anguane in Cadore e in tutto l’arco alpino anche sotto nomi diversi o delle leggende riguardanti le bisce che succhiano e rubano il latte che ricordano da lontano la leggenda antichissima della prima donna, compagna di Adamo, Lilith, trasformata in strega succhiatrice di sangue dalle culle dei neonati[6]. Sempre a Cortina si narra la leggenda di una ragazza che trasportava il proprio bambino nella gerla quando andava a raccogliere fieno nei pascoli alti. Mentre stava lavorando sentì piangere il bimbo e giunta alla gerla vide che una biscia batteva sullo stomaco del piccolo per fargli vomitare il latte che aveva bevuto e così succhiarlo[7]. A Sappada invece le bisce si attaccano alle mammelle delle vacche e, così mungendo, succhiano il latte infastidendo i bovini e facendoli anche ammalare[8]. Ben più interessanti sono le leggende legate alle Anguane. Il nome indica la loro provenienza: viene da ana/anao linguaggio preindoeuropeo di ceppo mediterraneo che significa acqua; queste creature sono sempre associate a laghi o fonti dove vengono viste fare il bagno; la loro caratteristca peculiare in quasi tutte le testimonianze raccolte è di saper fare un bucato speciale lungo il corso del Boite che se toccato da mano umana sparisce. Hanno piedi di capra alcune, alter addirittura sono metà donne e metà pesci; vivono nei boschi o nei pressi del Lago Noulù o del Lago Scin, sono vestite di alghe verdi e si nutrono con i frutti spontanei.

Nella tradizione le Anguane hanno una doppia valenza: alcune sono buone, come quelle che vivono nei pressi di Miramonti; altre invece sono cattive e assimilate alle streghe, dispettose e irascibili e collocate a Rumerlo e a Fedarola, fanno ammalare le vacche al pascolo e rovesciano i covoni di fieno appena fatti.

A Tai di Cadore invece le Guane vivono nei pressi del cimitero di Sottocastello e portano via chi cammina dalla parte della porta prendendoli per una gamba e trascinandoli in una voragine.

In Comelico Superiore vengono chiamate Longane, vivono in un antro chiamato proprio “Antro delle Longhe Longane” e si divertono a rubare salsicce e formaggio nelle cantine.

A Lozzo di Cadore vengono chiamate Ongane e sono simili alle streghe poichè spalmandosi di unguenti volano a far festa e nel caso vengano sorprese dai giovanotti si trasformano in pietra.

A Calalzo di Cadore invece sono descritte come donne grandi, magre, brutte con i seni lunghi che vengono buttati dietro la schiena; hanno peidi di capra, vivono nelle spelonche ed escono solo di notte.

Molte leggende raccontano di matrimoni tra anguane e uomini che si mantengono in concordia fino a quando i mariti non pronunciano le fatidiche parole: “Porca Anguana pè de cioura[9]” che fanno scomparire di colpo la donna e non tornare mai più.

Nell’agordino invece c’era la Donatha che sotto sembianze di grosso uccello di notte andava a vedere quanto avevano mangiato i bambini e se la loro pancia era grossa e gonfia se li portava via; secondo gli anziani l’unico rimedio per salvarsi era di pronunciare questo saluto: “Bongiorno, bela dona de l Oriente, con tuta la tua bela e brava gente[10]”. Donna dell’Oriente, Anguana, Donnaccia e in Tirolo Frau Berche, rappresentata su molte porte di masi antichi come la signora degli animali con la stella a sei punte che ne esorcizzava la presenza malefica, tutti nomi per definire entità buone o malvagie, ambigue, tutte donne belle e giovani o brutte e vecchie; servivano da spauracchio per i bambini o venivano collocate in luoghi significativi come fonti, laghi o caverne: sono probabilmente l’unica testimonianza viva di antiche presenze femminili divinizzate e decadute a causa del cambiamento sociale e ideologico.

A molti invece è sfuggito il legame sottile che intercorre tra la Dea Madre e la Madonna, in particolare nella sua veste iconografica e ideolgica più antica: la Madonna Nera o di Loreto. Presente fin dal 1300 sulle Alpi, come ad esempio la statua miracolosa di Unser Frau (Madonna di Senales), trasportata da due pellegrini di ritorno da un viaggio in Terra Santa e protettrice del passo naturale che dalla Schnalstal porta in Oetztal[11], la ritroviamo qua e là quasi a marcare dei percorsi significativi, luoghi di attraversamento pericolosi, momenti di sosta per viandanti, pllegrini, sulle vie di transumanza utilizzate per millenni dai pastori, alle volte nelle diverse epoche storiche sorvegliati da ordini cavallereschi come quello dei leggendari templari. Il culto della Dea Madre è stato sicuramente traslato verso la Madonna Nera dal colore bruno e proveniente dall’oriente; è significativo inoltre trovare, soprattutto sulle Alpi, luoghi legati a fonti, boschi sacri, alberi particolari, rocce e alture dedicate alla figura di Maria, alle volte anche apparsa e per questo dispensatrice di protezione. Anche in Cadore e presso le popolazioni ladine dell’arco alpino questa sesibilità verso la Madre di Cristo non è mai scomparsa; in punti geograficamente significativi abbiamo la presenza di nomi, capitelli o chiesette antiche, che testimoniano una devozione radicata e ancora oggi molto viva e la figura della Madonna è sempre associata ad elementi naturali benefici per l’uomo. Non è possible obliterare questo tipo di presenza, è necessario, invece, soprattutto in montagna dove la memoria è conservata più che altrove riscoprire questi marcatori antropici rileggendone l’importanza e la valenza simbolica, utilizzandoli anche come chiave interpretativa di fenomeni storici e sociali e riconoscendo in essi la dinamicità e l’evoluzione della nostra società.

Bibliografia

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Ginzberg l., Le leggende degli ebrei, volume I, Adelphi, Milano, 1995.

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Museo etnografico della Provinia di Belluno, Leggende e credenze di tradizione orale della montagna bellunese, I e II, Edizioni della Provincia di Belluno, Serrevella, 2001.

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Storia del cristianesimo 4 vll. (L’antichità. Il medioevo. L’età moderna. L’età contemporanea.), a cura di Filoramo G. e Menozzi D., Editori Laterza, Roma–Bari, 1997.

Thaun P. de, Bestiaires du Moyen Age, Paris, 1980.


[1] A proposito di uccelli di malaugurio c’è la Begarola (civetta); io l’ho sentita una volta, non vista, durante la notte, dormivo al terzo piano con la finestra aperta, era d’estate di buonora sveglio mio marito dicengogli: “Senti, ci deve essere qualcuno che si è fatto male, si sente una voce che geme”. “No – dice mio marito – è la Begarola (civetta), però, dice, che questo brutto verso, questo brutto abbaiare, non era nemmeno un urlo, porta male”. Dicono che entro l’anno morirà qualcuno dei parenti. Succede qualcosa di brutto, ma sempre di morte. In quell’anno è morto mio padre, qualche mese dopo è morto mio padre. Da Museo etnografico della Provinia di Belluno, Leggende e credenze di tradizione orale della montagna bellunese, I e II, Edizioni della Provincia di Belluno, Serrevella, 2001, II. pp. 94-95.

[2]Come dice M. Gimbutas: “La Dea era, in tutte le sue manifestazioni, il simbolo dell’unità di tutte le forme di vita esistenti nella Natura” (M. Gimbutas, The Language of the Goddess, Harper & Row Publishers, s.l.,1989, trad. it Il linguaggio della Dea. Mito e culto della Dea Madre nell’Europa Neolitica, Longanesi, Milano, 1990, pg 321).

[3]Ancora Gimbutas ed altri: “Il popolo (che venerava la Dea) non produsse armi letali né costruì fortificazioni in luoghi inaccessibili, come avrebbero fatto i successori, anche quando conobbe la metallurgia. Invece, costruì tombe-santuari e templi, comode abitazioni in villaggi di modeste dimensioni, e creò ceramiche e sculture superbe. Fu, quello, un lungo periodo di notevole creatività e stabilità, un’epoca priva di conflitti. La cultura di quel popolo fu una cultura dell’arte” (ivi. pg. 321).

[4]La Dea è sì dispensatrice di morte, ma ha sul petto e sul ventre seni e labirinti che richiamano al mistero della vita o forme triangolari che riportano al centro vitale femminile: la morte non viene percepita come una punizione, ma come un evento necessario al divenire.

[5] Cfr da J. Diamond, Armi, acciaio e malattie, Einaudi, Torino, 1998.

[6] Cfr da L. Ginzberg, Le leggende degli ebrei, volume I, Adelphi, Milano, 1995.

[7] Cfr. da Museo etnografico della Provinia di Belluno, Leggende e credenze di tradizione orale della montagna bellunese, I e II, Edizioni della Provincia di Belluno, Serrevella, 2001, II, pg. 104.

[8] Cfr. da Museo etnografico della Provinia di Belluno, Leggende e credenze di tradizione orale della montagna bellunese, I e II, Edizioni della Provincia di Belluno, Serrevella, 2001, II, pg. 105.

[9] “Porca Anguana dai piedi di capra”, da Museo etnografico della Provinia di Belluno, Leggende e credenze di tradizione orale della montagna bellunese, I e II, Edizioni della Provincia di Belluno, Serrevella, 2001, I, pg. 48.

[10] Cfr. da Museo etnografico della Provinia di Belluno, Leggende e credenze di tradizione orale della montagna bellunese, I e II, Edizioni della Provincia di Belluno, Serrevella, 2001, I, pg. 67.

[11] Luogo dove è stato rinvenuto il ritrovamento archeologico più significativo degli ultimi anni, Oetzi, la Mummia dei Ghiacci.

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