La passeggiata nel giardino: piacere estetico e pratica antropologica

Marta Villa, La passeggiata nel giardino: piacere estetico e pratica antropologica, Quaderni del Parco, vol. 6, Novaluna, Monza, 2009

Non sono forse immuni dai pericoli questi boschi che una corte piena di insidie?  Qui non sentiamo forse la pena di Adamo, il variar delle stagioni; come il dente di ghiaccio e il rude rimbrotto del vento invernale; poiché quando questo morde e soffia sul mio corpo fino a farmi raggomitolare dal freddo, io sorrido e dico: questa non è adulazione, questi sono i consiglieri che mi convincono di quel che io sono. Dolci sono i vantaggi dell’avversità che brutta e velenosa come il rospo, porta tuttavia una pietra preziosa sulla testa. Questa nostra vita, esente dalla pubblica frequenza, trova lingue negli alberi, libri nei liberi ruscelli, prediche nelle pietre, e del ben in ogni cosa.

W. Shakespeare, As you like it

L’uomo ha incominciato a costruirsi il paesaggio circostante, reale e irreale, attraverso un’azione che apparentemente sembra semplice, ma che è stata conquistata con fatica. Ancora adesso si vedono i “cuccioli d’uomo” alzarsi sulle due gambe e apprendere con sforzo la stazione eretta e il camminare stesso. Si deve tuttavia non dimenticare che questa azione automatica e naturale ha intensificato negli esseri umani il bisogno di attraversare lo spazio per reperire informazioni utili alla sopravvivenza e ha innescato la capacità di riconoscere il paesaggio percorso e a volte di modificarlo[1]. Nel corso degli ultimi due secoli l’estetica ha fatto propria questa possibilità comune solo alla specie umana e ha voluto interpretarla: il camminare è divenuto quindi una pratica estetica e artistica e il paesaggio sia naturale che urbano è diventato esso stesso un’opera d’arte in continuo mutamento e, proprio per questo, significativa. Il camminare viene sperimentato all’inizio del 1900 come espressione dell’anti-arte: Dada nel 1921 organizza a Parigi delle escursioni in luoghi banali della città che nel 1924 vengono spostate in aperta campagna. Questa azione così automatica viene reinterpretata e diviene un momento surreale, una sorta di scrittura automatica nello spazio fisico, capace di rivelare. Negli anni ‘50 l’Internazionale Lettrista si fa promotrice della pratica della deriva, ma si devono attendere i primi anni ‘60 quando nasce la Land Wolk: gli artisti utilizzano il camminare per intervenire nella natura. Careri suggerisce oggi la Transurbanza, facendo proprie le intuizioni di Stalker, ed invita ad andare alla ricerca di spazi vuoti da percorrere come in un labirinto, individuando dei tratturi urbani dove è ancora possibile esperire la differenza tra nomadismo e sedentarietà, categorie basilari per poter comprendere la presenza della nostra specie sulla terra.

Diverse sono le parole che si possono utilizzare per descrivere la nostra percezione di attraversamento di un luogo: abbiamo il semplice camminare, il più specifico orientarsi, l’opposto perdersi, l’errare e il vagare, l’immergersi, l’inoltrarsi e l’andare avanti. Tutte queste esperienze sensoriali e concrete, all’inizio, possono diventare mentali e astratte se il viaggio diviene un’esperienza letteraria od onirica. In un giardino, quale quello che circonda la Villa Reale di Monza è possibile vivere e rivivere ciascuna di queste modalità di percorso: l’architetto Giuseppe Piermarini che ha ideato questo monumento vegetale nel suo complesso e i successivi maestri che sono intervenuti cercando di non tradire il genio di chi per primo l’aveva pensato, hanno voluto appositamente creare un luogo, con una mirabile visione di sintesi, che potesse permettere a chiunque, ben inteso esperto, di affrontare lo spazio naturale-artificiale per compiere una passeggiata iniziatica e meditativa così da esplorare in modi differenti lo stesso insieme di alberi, arbusti, acque e manufatti.

Il Giardino della Villa Reale è innanzitutto un giardino all’inglese, segue determinati schemi compositivi che ritroviamo in molti altri parchi d’oltremanica e che erano molto vicini alla sensibilità di fine Settecento di un’illuminata élite di nobili e borghesi che avevano sposato gli ideali massonici molto fervidi in quegli anni. L’ambiente diviene quindi esso stesso un libro aperto dove l’animo dell’uomo, sapendo cogliere le diverse sfumature nell’attraversarlo, si deve modificare compiendo un’esperienza fisica e morale durante il percorso così da uscirne trasformato. Ogni elemento diviene quindi un sapiente richiamo da interpretare dove il piacere estetico si deve sposare perfettamente con l’educazione interiore.

Ma si proceda con ordine.

Camminare[2] nel Giardino: posso permettermi una passeggiata semplice, quasi esplorativa, oppure una presenza-assenza dove cammino fisicamente ma la mia testa è altrove, dove esercito per piacere o dovere piedi e gambe a trasportarmi da un luogo all’altro senza che il mio esserci sia in qualche modo condizionato.

Orientarmi[3] nel Giardino: la mia azione diviene consapevole, mi permetto all’inizio di provare la piacevole sensazione di uno smarrimento quasi appena accennato, cerco con tutti i sensi delle conferme alla mia memoria, trascorro il tempo a decifrare quello che mi contorna.

Perdermi[4] nel Giardino: l’esperienza si fa più intensa, il senso di perdita della propria stabilità mi permette di addentrarmi con un duplice scopo il perdermi ulteriormente o il ritrovarmi; l’ambiente diviene il mio nemico, contro il quale lottare per soccombere alla sua immensità o vincere tramite furbizia e scaltrezza. Nell’avventura del perdermi investo tutti i recettori del corpo, la sensazione di piacere mescolata all’ansia adrenalinica non consolidano sapere, il Giardino al termine della divagazione non è completamente esperito, il ricordo è fuggevole, impresso rimane il sapore di un emozione forte e totale.

Errare[5] e vagare[6] nel Giardino: voglio provare la sensazione unica dello spostarmi senza direzione, anche di sbagliare percorso alla ricerca di un senso, di sviarmi, di perdere la strada, di non averne una certa; sono attento, tuttavia nell’erranza mi capita di ripercorrere come in un labirinto paesaggi già visti, di riprovare sensazioni già note ma che mi appaiono diverse. Potrei continuare a girare in tondo e non accorgermi di spazio e tempo che ciclicamente ritornano uguali. Vago, mi sposto irregolarmente e senza meta precisa da un luogo ad un altro assorto e fantasticante, ricerco una dimensione reale e al contempo sperimento l’assenza consapevole: sogno attorniato da un verde confuso, mi perdo e mi ritrovo, riconosco luoghi, mi attardo a riflettere, prediligo luoghi acquatici e ombrosi, percepisco la mia presenza sospesa.

Immergermi[7] nel Giardino: provo l’esperienza più coinvolgente e la ricerco con intensità, come suggerisce lo scrittore R. Walser divengo parte del giardino, ogni elemento si trasfonde in me, scompare il mio essere completamente integrato nell’ambiente naturale. I miei sensi si dilatano e divengono così profondi da percepire i dettagli dentro e fuori del mio corpo, così da provare l’esperienza unica, che solo nel Giardino è possibile, di me microcosmo nel macrocosmo. Trovo tutto il mondo in un giardino e godo sensibilmente della sensazione di universalità. Passeggio lentamente per assaporare ad ogni passo questa immersione, anche ad occhi chiusi.

Inoltrarmi[8] nel Giardino: lo spazio fisico è ben definito, ma per me nuovo ed estraneo, i miei sensi divengono felini, mi avvicino, osservo, riconosco e associo, cerco di realizzare una mappa mentale e geometrica dell’esperienza esplorativa, il luogo confuso a poco a poco si delinea chiaramente, mi muovo lentamente per non sbagliare, ripercorro luoghi già visti con passo sicuro, dietro di me il vissuto è chiaro e distinto, davanti a me percepisco l’indefinitezza momentanea, una nebbiolina sospesa che si dipana col mio procede. Al termine del percorso, mi sono orientato.

Andare avanti[9] nel Giardino: azione composta che non premette ritorno; come nei miti che rappresentano difficili prove da superare non mi è possibile voltarmi indietro per vedere chi ero e che cosa ho percorso. Il viaggio è d’innanzi, tutto il mio essere è proteso verso il futuro e le tracce che lascio sono il ricordo, a volte quasi trasparente, del mio passaggio. Nel Giardino posso anche questo: mi spingo oltre, procedo, non ho memoria, il mio hic et nunc è reale, colgo gli attimi che si susseguono nella tensione continua verso l’ignoto.

Il Giardino della Villa Reale, luogo esoterico par eccellence, permette percorsi dove poter sperimentare ciascuna delle azioni sopra descritte, presenta inizi e mete diversificate e risponde alle domande di ciascun essere umano che si accinga ad attraversarlo, per parafrasare Calvino di questo Giardino “non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà alla tua domanda”.

Il consiglio è di rivivere in ogni occasione questo luogo, ideato più di duecento anni fa per la ri-creazione dello spirito, cogliendone simboli e significati vivificanti per il nostro essere nel mondo e di costruire, come suggerisce Borges, il percorso personale scegliendolo tra le infinite possibilità che solo il giardino può donare. Buona passeggiata!

Il bosco è una metafora del testo narrativo. Un bosco è un giardino dai sentieri che si biforcano. Anche quando in un bosco non ci sono sentieri tracciati, ciascuno può tracciare il proprio percorso decidendo di procedere a destra o a sinistra di un certo albero e così via, facendo una scelta ad ogni albero che incontra[10].


[1] L’uomo umanizzandosi aveva acquisito insieme alle gambe diritte e al passo aitante un istinto migratorio, l’impulso a varcare lunghe distanze nel corso delle stagioni; questo impulso era inseparabile dal sistema nervoso centrale; quando era tarpato da condizioni di vita sedentarie trovava sfogo nella violenza, nell’avidità, nella ricerca di prestigio o nella smania del nuovo. B. Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi Milano 1996 p. 27

[2] La più antica testimonianza dell’esistenza dell’uomo sulla Terra è la sua impronta, lasciata quasi 4 milioni di anni fa sulla superficie lavica poi solidificata a Laetoli in Tanzania: l’uomo in questione era un australopiteco con il figlio, così ha presunto l’archeologa Leakey che ha fatto la scoperta negli anni ‘60, che procedeva eretto, ma che dagli studi fatti successivamente era ancora molto abile ad arrampicarsi sugli alberi come gli altri primati.

[3] Su di una roccia in Valcamonica è descritta la prima rudimentale carta topografica della storia umana: la mappa rappresenta la dinamica situazione di un ambiente naturale e popolato in epoca neolitica: si riconoscono sentieri, capanne, palafitte, campi recintati, zone per il bestiame orientate e interconnesse; un complesso sistema di linee di percorso nel vuoto si intreccia per unire i diversi pieni presenti sul territorio. Su un’altra roccia vicina c’è l’immagine di un labirinto, estremamente simbolica e pregnante: l’assonanza con il cervello umano è stupefacente.

[4] Cambiare luoghi, confrontarsi con mondi diversi, essere costretti a ricreare in continuazione i punti di riferimento, è rigenerante a livello psichico, ma oggi nessuno consiglia un’esperienza simile. Nelle culture primitive invece se uno non si perde, non diventa grande. E questo percorso viene agito nel deserto, nella foresta, i luoghi sono una specie di macchina attraverso la quale si acquisiscono altri stati di coscienza. F. La Cecla, Perdersi, l’uomo senza ambiente, Laterza Bari 1988 p. 67.

[5] Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è cosa tutta da imparare. Ché i nomi delle strade devono suonare all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio di rami secchi e le viuzze interne gli devono rispecchiare nitidamente come le gole montane. W. Benjamin, Infanzia berlinese intorno al millenovecento. Ultima redazione, Einaudi Torino 2001 p. 54

[6] Alla base del viaggio vi è spesso un desiderio di mutamento esistenziale. Viaggiare è un’espiazione di una colpa, iniziazione, accrescimento culturale, esperienza. Una delle parole tedesche che significano esperienza, Erfahrung, viene dal tedesco irfaran: viaggiare, uscire, traversare o vagare. E. J. Leed, La mente del viaggiatore, Il Mulino Bologna 1992 p. 128.

[7] Non è necessario vivere a lungo nei boschi per conoscere l’impressione, sempre un po’ angosciosa di sprofondare in un mondo senza limiti. Ben presto, se non si sa dove si va, non si sa più dove si è. G. Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo Bari 1975 p. 207.

[8] La visione della selva, che ripropone iperbolicamente l’antico e inquietante motivo del bosco, appare come un verde ammasso di ribollimenti e rigonfiamenti solidificati, come se un disordine patologico avesse afflitto il paesaggio: ma rotto l’involucro e penetrati al di dentro tutto cambia; vista dall’interno questa massa confusa diventa un universo monumentale. La foresta cessa d’essere un disordine terrestre; si potrebbe considerarla un nuovo mondo planetario, ricco come il nostro e che dovesse sostituirlo. C. Levi-Strauss, Tristi tropici, Einaudi Torino 1965 p. 329.

[9] La mia forma d’arte è il viaggio fatto a piedi nel paesaggio… La sola cosa che dobbiamo prendere da un paesaggio sono delle fotografie. La sola cosa che ci dobbiamo lasciare sono le tracce dei passi. H. Fulton, cit da F. Careri, Walkscapes, Einaudi Torino 2006 p. 86

[10] U. Eco, Sei Passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani Milano 1994 p.7

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