Il Passo del transumante. Per una archeo-antropologia in cammino

Domenico Nisi e Marta Villa, Il passo del transumante. Per una archeo-antropologia in cammino, in Dolomites, Udine, 2009.

Di rado, o mai, i nomadi

distrussero una civiltà.

(Chatwin 1996: 109)

Quando si pensa alle Alpi, spesso si ragiona in termini di barriera geografica e non di luogo di passaggio. La montagna è interpretata da sempre nell’archetipo dell’immaginario come un luogo impervio, difficile da superare, che pone un limite, tuttavia questo non è vero e lo si rileva dalla preistoria e dalla storia nelle Alpi e, ma solo successivamente, dalla storia dell’Alpinismo che nel XVIII secolo ha iniziato a diventare un’elegante moda per borghesi, trasformandosi nell’epoca attuale nella terza grande ondata di colonizzazione della montagna europea.

Le Alpi, da un punto di vista generale soprattutto morfogenetico, sono il risultato di due importanti fenomeni: da un lato il corrugarsi ed innalzarsi delle masse di roccia e dall’altro l’erosione che permette di sondare in profondità il corpo di questa grande ruga della litosfera. Se però si utilizza la geomorfologia attraverso una diversa chiave di lettura, è possibile trarre informazioni alternative: l’analisi della posizione di creste, varchi, valli, solchi fluviali e piane di fondovalle permette di poter rileggere completamente il bacino alpino. Si trova così una nuova geografia fatta di passaggi, itinerari possibili, itinerari reali che, non cercando ardui attraversamenti, ma, utilizzando la naturale percorribilità del territorio, hanno permesso da sempre l’attraversamento. I valichi sono stati oggetto di attenzione da parte non di chi viveva sulle Alpi, ma di chi doveva per forza trovare un passaggio: questi hanno ricevuto nomi precisi che sono entrati nella memoria di chiunque vi sia passato o abbia fatto programmi di viaggio, pellegrinaggi, spedizioni militari o commerciali. Il nome viene legato alla funzione e questa permette lo sviluppo di una serie di aggregati insediativi correlati, alcuni nelle vicinanze dei punti di transito obbligato, altri sui valichi stessi, altri ancora nei punti di interconnessione delle valli di accesso.

Nelle fonti scritte la più antica testimonianza dell’utilità e della presenza di vie di transito attraverso le Alpi è data da Polibio, storico greco del II secolo a.C. che nomina quattro passi alpini:

quello attraverso il territorio [dei Liguri], vicinissimo [al mar] Tirreno; [poi] quello nel territorio dei Taurini, che valicò Annibale; il valico nei territori dei Salassi; quarto, infine, quello che passa nel territorio dei Reti:tutti valichi scoscesi. (Polibio, 2006: 51)

Se si vuole evidenziare in sintesi una storia della colonizzazione delle Alpi è possibile indicare tre momenti fondamentali, comprovati anche da numerosi reperti archeologici scoperti nell’arco alpino: la prima ondata può esser fatta risalire ai cacciatori paleolitici e mesolitici, la seconda ai contadini e pastori che dal neolitico in poi hanno cercato sostentamento per i propri armenti e la terza può essere coincidente con la contemporanea invasione turistica.

Le Alpi, quindi, appaiono percorse da millenni; alcuni autori però sono convinti che le ondate siano specifici momenti durante i quali le popolazioni della pianura si siano interessate al territorio montano, al contrario appare sempre più chiaramente che le montagne sono state percorse sempre, quasi incessantemente e senza interruzione: sono proprio le attività di transumanza dei pastori attuali che confermano questa ipotesi.

L’uomo, umanizzandosi, aveva acquisito insieme alle gambe diritte e al passo aitante un istinto migratorio, l’impulso a varcare lunghe distanze nel corso delle stagioni; questo impulso era inseparabile dal sistema nervoso centrale; e quando era tarpato da condizioni di vita sedentarie trovava sfogo nella violenza, nell’avidità, nella ricerca di prestigio o nella smania del nuovo. (Chatwin 1996: 27)

Questa affermazione di Bruce Chatwin, scrittore inglese di racconti e romanzi di viaggio particolarmente affascinato dai nomadi e dalla loro distacco dai possedimenti personali, permette di riflettere riguardo al fatto che i più importanti maestri delle religioni orientali e anche occidentali come Buddha, Lao-Tse o San Francesco, abbiano indicato il pellegrinaggio perpetuo come unica via per raggiungere la salvezza interiore, una modalità per ristabilire l’equilibrio armonico tra l’essere umano e la natura. Il primitivo errare infatti è svaporato nella religione, tra percorsi iniziatici e riti, nella letteratura coi suoi percorsi narrativi e i suoi romanzi di formazione, trasformandosi in vie sacre, pellegrinaggi ai santuari, processioni, danze rituali di Dervishi o Chassidim.

Prima di innalzare opere monumentali o semplici costruzioni stabili, l’uomo possedeva una forma simbolica, come suggerisce Francesco Careri nel suo Walkscapes (Careri 2006), con cui trasformare il paesaggio: il camminare, azione imparata con fatica dai cuccioli d’uomo nel primo anno di vita, e poi assunta come azione naturale e automatica. Solo attraverso questa modalità l’uomo ha appreso e incominciato a costruirsi il paesaggio che lo circondava. Il camminare in qualsiasi territorio è una necessità per sopravvivere, procurarsi cibo e reperire informazioni utili per se stesso e il proprio gruppo di appartenenza, in particolare se ci si muove in un territorio non facilmente abitabile, quali potrebbero essere anche le montagne. Il camminare però ha permesso all’essere umano di occupare spazio e di abitare il mondo.

Modificando i significati dello spazio attraversato, il percorso è stato la prima azione estetica che ha penetrato i territori del caos costruendovi un nuovo ordine sul quale si è sviluppata l’architettura degli oggetti situati. Da questa semplice azione si sono sviluppate le più importanti relazioni che l’uomo intesse con il territorio. (Careri 2006: 4)

Ancora oggi i nomadi per eccellenza sono i pastori che trascorrono la propria vita lavorativa in cammino legati alla contingenza e alla tutela del proprio gregge.

Il tracciato nomade, per quanto segua delle piste o degli itinerari rituali, non ha la funzione del percorso sedentario che consiste nel distribuire agli uomini uno spazio circoscritto e chiuso, assegnando a ciascuno la propria parte e regolandole la comunicazione. Il tracciato nomade fa esattamente il contrario, distribuisce gli uomini (o gli animali) in uno spazio aperto, indefinito, non comunicante. (Deleuze-Guattari 1995: 37)

Non è un caso che la Bibbia nelle sue prime pagine riporti in sequenza e con insistenza, citandoli per ben due volte ciascuno, due miti fondativi: Adamo ed Eva, ossia la separazione e la distinzione dei sessi, Caino e Abele[i], ossia la fatica del lavoro e la distribuzione e divisione dello spazio. Sono proprio i figli dei progenitori dell’umanità che incarnano le due modalità di appartenenza al mondo: il nomadismo e la sedentarietà. Il nomadismo però diventa, da condizione privilegiata, a condanna per castigo divino: dopo il fratricidio, Caino è costretto ad errare senza meta. Le due grandi famiglie in cui si divide l’umanità sono diametralmente opposte e per questo vivono due differenti relazioni con lo spazio: da un lato l’agricoltore, che segna la terra con l’aratro e costruisce con legno e pietra, e dall’altro il nomade pastore che sposta la propria tenda senza incidere tracce indelebili sulla superficie terrestre.

L’allevamento di mandrie di animali domestici coniugato a qualsiasi forma di agricoltura fu uno dei progressi tecnici che permisero alle grandi Civiltà di svilupparsi e prosperare; invece il nomadismo pastorale vero e proprio, con animali in continuo movimento senza la sussistenza data dall’agricoltura, si sviluppò come alternativa, specialmente nelle zone di confine[ii]: questa attività in continuo spostamento permette all’uomo di mappare il territorio e descriverlo attraverso simboli e associazioni. Il pastore ha infatti molto in comune con il suo antenato, il cacciatore del paleolitico e del mesolitico: entrambi sono legati da un rapporto costante con l’animale che i primi accudiscono e i secondi inseguono per sostentarsi. Il nomade non vaga senza meta, come sostiene anche il vocabolario; l’origine del suo nome è molto antica e deriva da una parola greca che significa pascolare[iii]. Le tribù pastorali seguono sempre gli stessi percorsi di migrazione cambiandoli soltanto in tempi di siccità o catastrofe; i nomadi selezionano i loro animali per ottenere il massimo beneficio e allo stesso modo adattano la loro alimentazione per trarre la maggiore energia possibile dagli alimenti: è evidente, ad esempio, che cavalli e vacche non possono pascolare dove hanno già brucato pecore e capre!

Il pastore nomade è un essere umano che è in grado di fare esperienza, di osservare e sapersi autoregolare grazie ad una tradizione orale che si perpetua da padre in figlio, da pastore anziano a pastore giovane. Il suo itinerario è solitamente una scia, un presente continuo che viene costruito attraverso lo spostamento, la transumanza vive per forza nel hic et nunc, una percezione letta, memorizzata e mappata, una geografia in mutamento a causa del punto di vista di chi la osserva e del territorio che cambia: senza dubbio lo spazio del nomade è un vuoto, contrapposto al pieno sedentario di Deleuze e Guattari, dove i percorsi sono essenzialmente delle interconnessioni di terreni buoni o difficili da superare. Ma questo vuoto per i pastori è solo apparente: ai nostri occhi inesperti il percorso appare impossibile, invece per chi cammina consapevolmente il vuoto è un pieno di segni invisibili; ogni diversità è il solo modo per orientarsi e costruire la propria mappa mentale segnata da punti, linee e superfici che nel tempo tuttavia possono mutare. Questa mappatura spaziale, creata dal saper vedere nei vuoti dei luoghi, ha permesso all’uomo di saper dare dei nomi che sono rimasti pressoché immutati, per lo meno nelle radici. È vano cercare di decifrare un luogo attraverso il toponimo se non ci si riferisce alle radici preindoeuropee, ossia a tutti quei suoni comuni che erano stati dati da quegli uomini del neolitico per costruire la mappa mentale dell’itinerario che andavano percorrendo e che hanno trasmesso oralmente di discendente in discendente. Il pastore nomade, dunque, è il vero interlocutore che lo studioso deve interrogare per cercare di ricostruire il territorio e per comprendere vocaboli apparentemente incomprensibili, che divengono subito chiari e che possono essere le vere spie di tracce nascoste sotto la coltre erbosa.

È consueto, camminando lungo gli itinerari durante le transumanze, osservare che i pastori sono sia madre che padre per il loro gregge; possiedono, infatti, un’abilità dimenticata dall’uomo sedentario, sanno quasi istintivamente utilizzare in maniera precisa i due emisferi di cui è composto il cervello umano: quello sinistro che permette di calcolare e superare difficoltà e situazioni pericolose con lucidità, e quello destro, femminile, capace di intuire e relazionarsi attraverso il linguaggio non-verbale con chi non sa parlare, gli animali del gregge per l’appunto, riuscendo sempre a capirne i messaggi. Sarà forse per questo motivo che l’arte dei pastori nomadi è spesso portatile, asimmetrica, dissonante, irrequieta, incorporea e intuitiva. Il pastore poi sa adattarsi e sa cambiare:

senza cambiamento corpo e cervello marciscono. L’uomo che se ne sta quieto in una stanza chiusa rischia di impazzire, di essere tormentato da allucinazioni e introspezione (Chatwin 1996:121).

Dobbiamo al filosofo francese Michel de Montaigne, uno dei primi antropologi ante litteram, l’elogio del viaggio nei suoi Essais: per lui il camminare e lo spostarsi sono un utile esercizio, la mente ne trae giovamento ed è stimolata di continuo da osservazioni di cose nuove e sconosciute. Chi cammina è naturalmente curioso, l’abitudine invece e la fissità degli atteggiamenti mentali ottundono i sensi e nascondono la vera natura delle cose. La storia dell’umanità dunque è un storia fatta di cammini[iv], di migrazioni, di scambi culturali avvenuti sulle vie e attraverso le vie.

L’archeologo e l’antropologo allora devono saper camminare perché attraverso questo utile esercizio possono permettersi scoperte e sviluppare la capacità di inter-ligare le conoscenze per ottenerne sempre di nuove. Il metodo di ricerca attraverso il cammino, soprattutto in aree come quelle alpine, è necessario: percorrere fisicamente i tratturi e gli itinerari storici delle transumanze anche insieme alle greggi odierne permette di trovare tra le zampe delle pecore le selci utilizzate migliaia di anni fa dai nostri primi antenati, i cacciatori paleolitici e mesolitici che, inseguendo stambecchi e camosci nelle battute di caccia estive, hanno penetrato le Alpi. Il metodo utilizzato per scoprire il primo itinerario preistorico di penetrazione delle Alpi Orientali[v], che si snoda lungo la direttrice sud-nord e percorre il Monte Baldo, il Monte Stivo, il Monte Bondone, il Monte della Paganella, i Monti della Mendola, la Val d’Ultimo, attraversa lateralmente la Val Venosta per risalire attraverso la Val Senales fino al Giogo di Tisa, passo naturale dove è stata fatta la scoperta archeologia più importante dell’ultimo secolo, Oetzi, la Mummia dei Ghiacci, per poi scendere attraverso l’Oetztal fino alla piana di fondovalle scavata dall’Inn in territorio austriaco, permette di capire facilmente che le Alpi sono una via di scambio naturale tra diversi territori (Fig. 1). Alcune centinaia di ritrovamenti di materiale paleolitico e mesolitico e la presenza di un uomo dell’età del rame probabilmente inumato a 3200 mt. di quota permettono con tutta sicurezza di individuare finalmente la via di percorrenza più semplice per superare la barriera alpina e quindi di mettere in evidenza che un metodo di indagine interdisciplinare, nello stile dell’investigatore di polizia, può permettere di tracciare altre vie di penetrazione dalla pianura veneta verso Prealpi e Alpi Orientali: il territorio del Cadore, in generale, e del Cadore Ampezzano, in particolare, e la presenza di valichi e passi (Fig. 2) di facile percorribilità come ad esempio il passo Giau (2236 mt.) o il Passo Falzarego (2109 mt.) possono essere un nuovo territorio da esplorare attraverso questa chiave di indagine al fine di trovare qui le conferme della presenza di siti archeologici non ancora individuati. Anche in questa porzione delle Alpi, nel cuore delle Dolomiti, è possibile individuare una percorrenza millenaria di luoghi e siti che possono svelare attraverso il loro nome tradizionale, dialettale e ladino, se riletto con attenzione, passaggi utili a valicare per raggiungere luoghi di pascolamento. Come è testimoniato dalla presenza della sepoltura di Mondeval, i cacciatori mesolitici, ma prima di loro quelli paleolitici, hanno costruito percorsi erratici e solo successivamente percorsi di nomadismo. Lo stadio erratico dell’umanità è quello dei cacciatori-raccoglitori del paleolitico che hanno percorso l’ambiente montano seguendo le “piste” di stambecchi e camosci, che hanno condizionato l’uomo e non viceversa. Inseguire la preda permette di attraversare lo spazio in modo logico e semplice, gli animali tendono a fare poca fatica e intuiscono passaggi e sviluppi longitudinali: l’uomo si adegua e impara. Dato che non abbiamo più nelle Alpi la presenza di mandrie numerose di selvaggina transumante, per scoprire qualcosa dobbiamo affidarci ad un altro gruppo di animali che percorre il territorio: pecore e capre. Si passa così dallo stato erratico a quello nomade che nasce con il neolitico e si sviluppa fino ai giorni nostri. Gli animali domestici non fanno altro che seguire le tracce dei loro parenti selvatici e i pastori li accompagnano: la differenza sta nella temporalità degli spostamenti. La transumanza è un movimento ciclico noto di andata e ritorno, la caccia era una dimensione quotidiana senza meta definita. Careri, infatti, definisce il percorso nomade come un’evoluzione culturale dell’erranza, una sorta di specializzazione (cfr. Careri 2006: 27). Se si vuole trovare la prima frequentazione di un determinato luogo è necessario non perdere di vista questo metodo semplice ed efficace: il paleolitico ha come propria architettura il percorso in uno spazio dominato da presenze magiche benefiche o malefiche. L’uomo di quell’epoca ha prodotto una cultura nei propri percorsi attribuendo valenze sacre e religiose ai luoghi che ancora oggi si ritrovano in nomi, iconografie, leggende. Le montagne sacre, le cime magiche, il senso del sacro che è possibile esperire in determinati contesti geografici, la presenza, nelle leggende, dei Monti Pallidi personificati, dei guerrieri di Fanes, del trono del Pelmo, del Bus del Diaol, fanno parte di questa mappatura della memoria che trae origini antichissime. L’uomo del paleolitico e del mesolitico lascia tracce minuscole della propria presenza, il pastore dal neolitico in poi incomincia a definire concretamente i suoi percorsi anche attraverso delle architetture. Nell’arco alpino la presenza di statue stele e di menhir è ormai consolidata, la motivazione invece stenta ancora ad essere uniformata: spesso gli studiosi cercano vie tortuose per interpretare segni materiali lasciati sul territorio, la maggior parte di questi, essendo di epoca preistorica, non possono essere corroborati da alcuna forma di testimonianza scritta che ne certifichi il perché della presenza (Fig. 3). Anche in un territorio come quello ampezzano, dove abbiamo la presenza di vie di transumanza, ora non più così frequentate, ma fino a qualche decennio fa ancora utili per l’attività di malghe ed alpeggi, potrebbe essere più che un’ipotesi ritrovare segni materiali della percorribilità antica. Le stele vengono innalzate dapprima nel periodo neolitico, proseguono nelle età dei metalli e costituiscono gli oggetti più semplici, ma più densi di senso, di tutta l’epoca preistorica. Sono essenzialmente degli indicatori geografici con valenza sacrale e protettiva, dedicati alla divinità più importante del panteon religioso di quegli uomini: la Dea Madre nelle sue diverse rappresentazioni anche zoomorfe. Una grande pietra distesa orizzontalmente al suolo è semplicemente una pietra, ma il suo innalzamento verticale o il suo conficcamento nel terreno la trasformano in un luogo che può diventare atemporale (cfr. Careri 2006: 30). Lungo la via di transumanza più importante delle Alpi, e che ancora oggi viene percorsa due volte l’anno, ci sono due stele una con testa di bovide (Fig. 4) e l’altra con testa di ariete (Fig. 5), da un lato e dall’altro del Similaun, che sono state scoperte grazie a questo metodo di indagine e che servono per indicare il percorso[vi]. Questo itinerario è stato marcato successivamente in epoca cristiana da capitelli ed edicole in legno dedicate a San Martino protettore di animali e pastori, rivelando perciò un meccanismo di continuità insediativa fondato sulla relazione uomo-animale all’origine selvatico e successivamente domestico.

Se nel territorio ampezzano è possibile individuare una direttrice di percorso che oltrepassi la piana di fondovalle seguendo il tracciato del torrente o alzandosi nelle praterie subito sopra il limitare del bosco, sarà utile leggere le geomorfologie del territorio, la toponomastica e le pietre che apparentemente sembrano abbandonate per ritrovare segnali più o meno marcati della percorribilità antropica del territorio. Il ritrovamento di alcune selci a Passo Giau[vii] (Fig. 6) e a Passo Falzarego[viii] risalenti all’epoca mesolitica è un’ulteriore conferma della necessità di cercare in ambiente attraverso la metodologia scientifica denominata archeologia spaziale che ha preso piede negli Stati Uniti già dagli anni ‘70 ma che in Italia viene troppo sporadicamente utilizzata. La pratica di questa metodologia ha portato alle diverse scoperte documentate e alla individuazione di tutti i siti paleolitici, mesolitci e neolitici perché compresi all’interno di una visione geograficamente ampia e basata su questa pratica da sempre umana che è il camminare. Il ritrovamento della sepoltura dell’Uomo di Mondeval, un cacciatore mesolitico inumato in quota sulla direttrice di percorribilità che da Passo Giau porta sia nella valle del Boite che nella Valfiorentina permette senza ombra di dubbio di rilevare che la presenza antropica era notevole e che probabilmente è stata continuata nel tempo (Fig. 7); è utile proseguire la ricerca chiedendosi da dove quest’uomo fosse venuto, dove stesse andando, quale fosse il suo itinerario di caccia e se qualcun altro abbia proseguito in epoche successive quell’itinerario con le proprie pecore e capre per utilizzare i pascoli erbosi alle pendici del Nuvolau e dell’Averau. Se continuiamo ad occuparci solamente di ossa e di scheletri probabilmente siamo ricercatori troppo stanziali più attenti alla morte che alla vita di questi nostri antenati.

Un giorno durante lo scavo di un sepolcro dell’Età del bronzo stavo per ripulire uno scheletro dal terriccio e quel vecchio verso riaffiorò ad assillarmi: Maledetto colui che muove le mie ossa[ix]. Per la seconda volta piantai tutto. (Chatwin 1996: 27)

BIBLIOGRAFIA

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[i] I nomi dei figli di Adamo sono una coppia di opposti complementari. ‘Abele’ deriva dall’ebraico hebel e significa ‘fiato’ o ‘vapore’: è un termine che si riferisce ad ogni cosa animata che si muova e che sia transeunte, compresa la sua vita. La radice di ‘Caino’ sembra sia il verbo kanah: ‘acquisire’, ‘ottenere’, e quindi ‘governare’ e ‘soggiogare’. ‘Caino’ significa anche ‘fabbro ferraio’ e poiché in numerose lingue – persino in cinese – le parole che significano ‘violenza’ e ‘assoggettamento’ sono collegate alla scoperta del metallo, forse è destino di Caino e dei suoi discendenti praticare le nere arti della tecnologia. (Chatwin 1987: 135)

[ii] Il nomadismo è si contrapposto alla sedentarietà ma la relazione che si instaura tra i due è virtuosa. Un esempio chiaro viene proprio dalla zona del Shael africano. Questo spazio è il luogo neutro dove avviene lo scambio dei prodotti tra i pastori nomadi e gli agricoltori sedentari e descrive un margine instabile tra la città sedentaria e quella nomade. Deleuze e Guattari scrivono a proposito: lo spazio sedentario è striato da muri, recinti e percorsi fra i recinti, mentre lo spazio nomade è liscio, marcato soltanto da tratti che si cancellano e si spostano con il tragitto (Deleuze-Guattari 1995: 50)

[iii] Nomos in greco significa pascolo e nomade è un capo o un anziano del clan che presiede alla distribuzione del pascolo. Il verbo nemein – pascolare, pascere, disporre e spargere – ha sin dai tempi di Omero un secondo significato: distribuire, ripartire, dispensare, riferito soprattutto a terra, onori, carni e bevande. Nemesis è l’amministrazione della giustizia e quindi la vendetta e la giustizia divina. Nomisma significa moneta corrente: da qui numismatica… E infatti tutti i nostri termini monetari – capitale, scorta, pecunia, beni mobili, sterlina, crescita – hanno origine nel mondo pastorale. (Chatwin 1987: 231)

[iv] È necessario riportare il mito aborigeno della creazione delle vie dei canti: ogni Uomo del Tempo Antico mosse un passo col piede destro e gridò un secondo nome. Mosse un passo col piede sinistro e gridò un terzo nome. Diede un nome al pozzo, ai canneti, agli eucalipti: si volse a destra e a sinistra, chiamò tutte le cose alla vita e coi loro nomi intessé i versi. Gli Uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando; in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica. Ogni via ha il proprio canto e l’insieme dei canti costituisce una serie di percorsi che attraversano e descrivono lo spazio.

[v] Domenico Nisi ha ideato e condotto dal 1975 ad oggi assieme al prof. B. Bagolini (†) attraverso il Museo Tridentino di Scienze Naturali di Trento, di cui è collaboratore, il programma di ricerca sui più antichi processi di antropizzazione dell’arco alpino. Dal 1992 la ricerca ha visto il coinvolgimento anche dell’Ufficio ai Beni Archeologici della Provincia Autonoma di Bolzano. Le ricerche effettate fino al 2001 sono state presentate dall’autore assieme al dott. H. Nothdurfter della Soprintendenza ai Beni Archeologici (Bz) al I Congresso Internazionale sulla Mummia del Similaun (Bolzano, 19-21 settembre 2001).

[vi] In Val Finail a pochi metri di distanza sullo stesso terrazzo, sorge un menhir naturale, forse ritoccato, zoomorfo a forma piramidale con testa di bovide e gibbo, usato come pietra angolare del baito ancora oggi utilizzato dal pastore. Il Sito di Gruben fa pendant con quello di Kaser in Niedertal a mt. 2125, anch’esso a meno di due ore a piedi dal Giogo di Tisa, in Austria ed è caratterizzato da strutture megalitiche a corridoio con probabile piattaforma a ridosso di un grande masso e con un menhir stiliforme ritto, zoomorfo a testa d’ariete con cinque giri di pietre fitte nel punto di inserzione nel terreno. (Nisi 2001)

[vii] I rinvenimenti sono avvenuti nel corso di sopralluoghi effettuati nel giugno e luglio 1981 nei pressi del passo a circa 2200 mt. di quota in una zona di grandi massi di frana (marocche). Le tracce di frequentazione sono situate a ridosso di grossi blocchi di roccia assoggettati a mo’ di riparo; si tratta di elementi di litotecnica laminare assai probabilmente riferibili al mesolitico. L’industria litica si trova associata, in livelli molto carboniosi subito al disotto della superficie, con abbondanti resti faunistici di erbivori spesso parzialmente combusti. Al momento attuale è difficile dire se tale associazione è puramente meccanica; i resti faunistici sono in corso di determinazione, è comunque assai probabile che questi siano da imputare a frequentazioni pastorali di epoche successive. (Bagolini-Loss-Nisi 1982: 123)

[viii] Nel corso di un sopralluogo effettuato nell’estate del 1981 nell’ambito del programma di riconoscimento di frequentazioni mesolitiche in quota promosso dal Museo Tridentino di Scienze Naturali, a circa 2100 metri di altitudine in posizione ampiamente panoramica sul passo, sono state individuate diffuse tracce di antropizzazione. Tali tracce si situano su terrazzi dominanti ad est la testata della valle. Sono presenti vari elementi di litotecnica laminare probabilmente riferibili ad episodi nell’ambito mesolitico. (Bagolini-Loss-Nisi 1982: 122)

[ix] Il verso originale si trova sulla tomba di W. Shakespeare: Beleste bey e man yt sparse thes stones/And curst be he yt moves my bones.

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