Uomo, animali e montagna: relazione millenaria

Marta Villa, Uomo, animali e montagna: relazione millenaria in Animali, Duck Edizioni, Castelfranco V.to 2007.

Noi sappiamo ciò che fanno gli animali,

quali siano i bisogni del castoro, dell’orso,

del salmone e delle altre creature,

perché una volta, gli uomini si sposavano con loro

e quindi hanno ricevuto questo sapere dalle loro spose animali.

C. Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio

La relazione tra uomo e animale ha caratterizzato da sempre la presenza della nostra specie nei diversi ambienti del pianeta. Se dobbiamo ripercorrere la nostra storia, partendo fin dal paleolitico, scopriamo che i primi uomini erano cacciatori e quindi avevano un rapporto privilegiato con gli animali selvatici che servivano alla loro alimentazione primaria. Questo fatto ha segnato la prima colonizzazione delle Alpi da parte di quei gruppi di cacciatori che inseguendo stambecchi e camosci si inoltrava nella stagione estive durante le battute lungo i percorsi tracciati da questi antenati di pecore e capre. Una delle vie di penetrazione più importante, individuata già negli anni ’70 e fino ad oggi rinconfermata da centinaia di ritrovamenti[1], è quella che segue le catene Monte Baldo – Monte Stivo – Monte Bondone – Monte Paganella – Monti della Mendola – Ultental – Venschgau – Schnalstal – Oetztal, ovvero che dall’arco morenico del Lago di Garda giunge fino nel cuore delle Alpi Tirolesi. I nostri antenati vissuti nel periodo mesolitico hanno proseguito la tradizione di attraversare le montagne per procacciarsi il cibo e per questo è possibile rinvenire tracce della loro presenza in quota mettendo metaforicamente il sale sulla coda agli animali per primi e agli uomini poi loro inseguitori. Molti di questi probabili itinerari sono seguiti ancora oggi dai pastori transumanti che con le greggi si spostano in primavera (andata) e in autunno (ritorno in pianura) percorrendo tratturi tramandati oralmente da millenni. Dal Paleolitico l’animale e l’ambiente montano sono diventati famigliari agli esseri umani ed hanno popolato miti, leggende, saghe, hanno trasformato toponimi e hanno ridisegnato il paesaggio mentale della nostra specie, creando una geografia interiore fatta di spazi, colori, oggetti, presenze e percezioni. Il pensiero colto occidentale è sempre stato contraddistinto, fin dal mondo greco con Platone e Aristotele, dalla tendenza a pensare in termini dicotomici, di polarità contrapposte, il rapporto natura-cultura e animalità-umanità; non si deve tuttavia dimenticare che la domesticazione degli animali ha avuto una straordinaria importanza nella costruzione delle culture. Il rapporto con gli animali ha determinato una produzione immensa di simboli, di favole, di idee e credenze, tutta una cultura, come sostiene Digard, che a sua volta influisce sul trattamento di cui essi sono oggetto da parte dell’uomo. In questo modo l’animale acquisisce un’identità per mezzo dell’umano e la loro relazione diviene quasi sociale. Tuttavia le nostre abitudini etnocentriche spontanee conducono a considerare il proprio gruppo come l’umanità per eccellenza e a rivelare attraverso miti, rituali e nomi con cui ci si autodesigna queste tendenze. La figura, ad esempio, del lupo che diventa in alcune zone anche mannaro presente in gran parte delle regioni europee in particolare quelle montane relega l’animale nella sfera del diabolico e certi uomini in quella del bestiale. La trasmutazione simbolica, lo scambio metaforico tra umano e animale, l’antropomorfizzazione degli animali e l’animalizzazione degli uomini e delle donne costituiscono un fatto universale: in tutte le culture gli uomini utilizzano gli animali come referenti simbolici per la loro interpretazione del mondo. Presso i popoli della Siberia, ad esempio, l’animale  è partecipe della medesima essenza dell’essere umano o addirittura viene ritenuto uno degli aspetti dell’umano la cui diversità consiste solamente nell’involucro interiore; viene utilizzato anche come intermediario con il mondo soprannaturale o venerato come suo rappresentante, divinità o eroe culturale. Non solo, l’animale è spesso considerato uno spirito guardiano individuale o nume tutelare di un gruppo o famiglia, protettore di luoghi che celano tesori spirituali o materiali o luoghi limite e sacri. Nelle pratiche sciamaniche è l’animale che infonde speciali poteri  al’operatore magico guidandolo e tutelandolo nel mondo degli spiriti: funzione apotropaica, presenza ctonia o psicopompa. Infine in tutte le società sostituisce l’uomo e prende parte come vittima preferenziale al sacrificio. Nelle società di cacciatori-raccoglitori ancora oggi presenti nei diversi continenti troviamo la convinzione che la caccia sia un sacrilegio, poiché ci si appropria di elementi che si collocano nella sfera sacrale ed extra-umana. Le prede appartengono alla Signora degli Animali, il più delle volte divinità femminile legata alla foresta, al bosco, alla natura, figura ambivalente da cui dipende l’esito della spedizione di caccia che deve essere propiziata con sacrifici iniziali: spesso l’animale cacciato viene in parte offerto a questa divinità e ad esso vengono rivolte preghiere di riconciliazione, al fine di ottenere il perdono da parte della vittima. Uno degli esempi più noti viene citato da Rivera in “Una relazione ambigua. Umani e animali, fra ragione simbolica e ragione strumentale” e riguarda la caccia all’orso da parte degli Ainu del Giappone. I cacciatori partivano per la caccia all’orso dicendo di recarsi nella foresta per visitare il padre o il nonno; quando si avvicinavano alla tana dell’animale gli offrivano la pipa accesa; al momento di scuoiarlo affermavano che stavano liberando un albero dalla corteccia. Infine quando le spoglie dell’animale giungevano al villaggio trasportate dagli uomini, le donne levavano lamenti funebri in cui accusavano altre popolazioni di essere responsabili della morte dell’orso. Passando alla letteratura torviamo sempre a proposito dell’orso, animale fortemente totemico e simbolico, un intero romanzo dedicatogli: Faulkner in “La grande foresta” ci parla di questo simbolo archetipo. Quella foresta condannata i cui margini venivano debolmente ma costantemente rosicchiati da uomini con aratri e asce che la temevano perché era la foresta, uomini innumerevoli e ignoti perfino l’uomo all’altro nella terra dove il vecchio orso aveva un nome, terra percorsa in lungo e in largo non da una bestia mortale, ma da un anacronismo indomabile e invincibile uscito da un tempo antico e morto, fantasma, epitome e apoteosi dell’antica natura selvaggia contro cui i piccoli e deboli umani sciamavano e menavano colpi d’ascia furiosi di odio e di paura come pigmei attorno alle caviglie di un elefante assopito – l’orso più antico, solitario, indomabile, e solo; reso vedovo, senza prole e sciolto dalla mortalità – un vecchio Priamo privato della vecchia moglie e sopravvissuto a tutti i suoi figli. “Quella foresta condannata i cui margini venivano debolmente ma costantemente rosicchiati da uomini con aratri e asce che la temevano perché era la foresta, uomini innumerevoli e ignoti perfino l’uomo all’altro nella terra dove il vecchio orso aveva un nome, terra percorsa in lungo e in largo non da una bestia mortale, ma da un anacronismo indomabile e invincibile uscito da un tempo antico e morto, fantasma, epitome e apoteosi dell’antica natura selvaggia contro cui i piccoli e deboli umani sciamavano e menavano colpi d’ascia furiosi di odio e di paura come pigmei attorno alle caviglie di un elefante assopito – l’orso più antico, solitario, indomabile, e solo; reso vedovo, senza prole e sciolto dalla mortalità – un vecchio Priamo privato della vecchia moglie e sopravvissuto a tutti i suoi figli”. Tutti gli orsi delle leggende abitano in antri oscuri dove si fanno accudire da fanciulle rapite che dopo qualche tentennamento divengono loro mogli. Dopo un po’ di tempo danno alla luce un bambino dalle sembianze umane ma ricoperto di peli come il loro progenitore animale: questa creatura è dotata di una forza spaventosa, tanto che all’età di tre anni riesce a spostare la grande pietra che chiude la grotta per fuggire. Questa storia è ricorrente nella cultura tradizionale di quasi tutte le popolazioni che vivono da Portogallo alla Siberia, tanto che ancora oggi alcuni popoli della steppa reclamano a gran voce la loro discendenza orsina. Molte grotte nelle Alpi sono dei veri e propri cimiteri di orsi, si trovano scheletri a migliaia.

Molti degli animali che abitano le montagne sono protagonisti di alchimie: lo stambecco aveva un sangue dalla proprietà miracolose, l’orso rapiva per sposarsele le giovani contadine che si recavano sole nei boschi, il camoscio era la figurazione del demonio stesso, la volpe, considerata animale falso e quindi associata agli eretici nel Medioevo, tutti rapaci notturni, fra cui la più negativa è la civetta, che sono associati alle streghe e a presagi funesti o di morte e per questo perseguitati e torturati. Il cervo, come il lupo, era il più caratteristico animale dei luoghi incolti e del bosco; spesso troviamo leggende che lo vedono protagonista di prodigi o in cui tra le sue corna il protagonista, cavaliere o santo, vedono rispendere il simbolo della croce. Alla donnola invece erano attribuiti i più odiosi difetti: malizia, furberia, dissolutezza, stregoneria; e la lince era pensata invidiosa ed aveva il pregio della vista acuta.

Ancora più mitico è il corteo notturno della caccia selvaggia, di cui lo stessi Carlo Ginzburg riporta dovizie di particolari, che passava per le Alpi nelle notti di luna piena. Questa processione è formata dalle anime dei cacciatori che andavano a caccia di domenica non rispettando la festa del Signore e che ora vagavano senza posa in una caccia eterna.

La Caccia selvaggia è presente in tutte le Alpi e anche in Vallarsa (TN) narra la leggenda che una ragazza sentì passare a mezzanotte sotto la sua finestra diversi cacciatori accompagnati dal latrare di moti cani: Sventata andò alla finestra e chiese un po’ di selvaggina agli uomini e ottenne una bella lepre che lasciò prima di andare a letto sul tavolo della cucina. Al mattino trovò con grande orrore al posto della lepre la gamba di un cristiano e corse disperata dal parroco di Vallarsa. Il prete le consigliò di restituire la preda tenendo stretta al petto un gatto nero. La ragazza seguì il consiglio, si procurò un gratto tutto nero e la notte seguente aspettò i cacciatori. Gli uomini passarono sotto la finestra e le giovane lì invitò a riprendersi la selvaggina. Questi si avventarono nella casa della disgraziata, fecero per balzarle addosso quando vedendo il gatto sbuffarono arrabbiati e se ne andarono portandosi via la gamba del cristiano.


[1] Il probabile itinerario di caccia paleo-mesolitico Monte Baldo-Oeztal è stato individuato grazie alle ricerche di D. Nisi e B. Bagolini che suggeriscono come direttrice principale di colonizzazione antropica questa via privilegiata. Lungo questo itinerario è stata trovato anche Oetzi, l’Uomo del Similaun.

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