Le erbe: una sapienza tradizionale senza confini

Marta Villa, Le erbe: una sapienza tradizionale senza confini, in La medicina dei semplici. Piante officinali della montagne italiane. Duck Edizioni, Castelfranco V.to 2008.

Questa pianta è famosa,

attraverso questa l’uomo ottiene il suo soffio.

La porterò dentro Uruk dai recinti, la farò

Mangiare, la farò crescere, la pianta taglierò.

Il suo nome è: il vecchio diventa giovane.

Ne mangerò, così tornerò alla mia giovinezza.

L’Epopea di Gilgames

Nella saggezza popolare c’è la convinzione che le erbe nascondano il rimedio per ogni malattia dell’uomo al quale tocca scoprire il segreto della propria salute che sicuramente esiste nella varietà di piante che riempiono la Terra. Così come si pensa che gli animali trovino soluzione ai loro malanni in erbe di cui si cibano opportunamente. L’esempio più lampante è quello del gatto: ostinato carnivoro, sentendosi disturbato negli intestini, mangia virgulti di gramigna riuscendo a curarsi da solo e riconoscendo l’erba tra le mille altre che popolano l’orto.

Quasi tutti i principi terapeutici sono stati individuati attraverso le piante e il loro uso: la medicina moderna le ha solo in parte abbandonate, negli ultimi anni è tornata di moda l’omeopatia e la cura attraverso le erbe officinali, che spesso vengono vendute anche in farmacia o prescritte dagli stessi medici. Molti di noi si saranno curati l’insonnia con la valeriana o l’ansia con la melissa, molti assumono l’iperico per combattere la depressione e a diversi pazienti cardiopatici vengono dati opercoli di aglio e biancospino. Ma non solo… i simboli della vita umana, vizi e virtù, sono affidati alle erbe e alla loro interpretazione magica. Il calendario della rivoluzione francese, rieditato una ventina di anni fa da un quotidiano nazionale, chiamò i giorni con i nomi di erbe e piante; il Medioevo vide in ogni esemplare della flora una qualità posta da Dio come messaggio morale per l’uomo. Shakespeare porta nelle sue tragedie veleni stregoneschi: il giusquiamo nell’orecchio del padre di Amleto o il pentolone dove ribollono erbe di ogni tipo per le streghe del Macbeth.

Molte sono le leggende che hanno come protagonista una pianta, un pomo, un fiore, non è opportuno dimenticare questo tipo di tradizione tramandata oralmente e che ritrova le sue radici nell’antichità: l’antropologia fa uso anche di questo tipo di documenti che svelano il più delle volte un sapere antico e alternativo.

C’era una medicina spicciola di tutti i giorni, ricavata dall’orto e dal bosco e c’era la vera sapienza delle erbe che debordava nella magia, nella stregoneria, nelle potenze infere.

Tutte le erbe per l’uomo di un tempo avevano come caratteristica fondamentale in sé, caldo, freddo, umido e secco, relativamente ai quattro presocratici elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Assumendo un’erba, l’uomo non faceva che ristabilire un equilibrio spezzato, in base al quale, secondo Ippocrate, il proprio corpo aveva eccedenza o mancanza di tali qualità: era uscito dall’equazione che legava il proprio microcosmo, il corpo, con il macrocosmo, la natura. La diversità tra la medicina antica e quella moderna pare essere che gli antichi leggevano la malattia come una mancanza di sintonia del copro con la natura e, ricorrendo anche ad aspetti magici, cercavano di restaurare questa comunicazione spezzata tra l’individuo e l’armonia delle cose. Le erbe non erano che un mezzo per ritornare in questa sumpatheia (dal greco sentire insieme, all’unisono, concordi) degli elementi con gli elementi.

Solo con la rivoluzione scientifica seicentesca e l’epoca moderna viene abbandonato questo concetto di organismo per assumere una visione cartesiana meccanico-analitica: anche l’anima ha una sede corporea, la ghiandola pineale (ipofisi) e tutto deve essere letto e ordinato attraverso la matematica. Si analizza così non l’individuo in sé, ma la parte ammalata, perseguendo un rapporto di causa ed effetto, rischiando spesso di mirare più al sintomo che alla genesi della malattia, sottovalutando gli effetti collaterali.

Le erbe infatti hanno una zona oscura: portano salute e morte, solo il sapente può distinguere e dosare ritualmente le due proprietà. La figura che opera con le erbe ha anch’essa zone d’ombra, di solito è una donna: fin dalla preistoria legata all’allevamento e alla raccolta, è lei che da sempre è legata alla manipolazione, somministrazione e preparazione degli elettuari; streghe e fate sono le depositarie di questa scienza misteriosa, le prime erboriste. La notte è il momento più opportuno per raccogliere le erbe, meglio se questa cade tra il 23 e il 24 giugno; la luna insegna con le sue fasi quali sono i momenti migliori per trovare quelle più rare, in loro si condensano potenze ed energie: non è l’erba che con un semplice ed illuministico rapporto di causa-effetto opera la guarigione, ma la congiunzione di forze della natura che in queste si annodano più facilmente. Il cristianesimo porta via alla donna, simulacro della religiosità ed ideologia precedente legata alla Dea Madre e alla terra, questa specificità e riempie i monasteri prima e i conventi poi di erbe officinali: sono i monaci e i frati adesso che detengono questo sapere, praticano la farmacopea e le donne che tentano ancora di tramandare questa antica saggezza vengono attanagliate e arse vive su roghi di potere accesi appositamente per sconfiggere questo retaggio ancestrale. Paracelso, mago rinascimentale, dichiara bruciando pubblicamente le opere di Ippocrate e Galeno di aver imparato molto di più dalle streghe che dai professori delle Accademia. Le manipolazioni di queste medichesse sono effettive come le loro conoscenze botaniche: esse diventano le confidenti segreta, non solo di coloro che vogliono consumare vendetta, ma soprattutto di ragazze sedotte che intendono liberarsi di frutti illeciti o riconquistare l’amante perduto, delle spose sterili che vogliono un figlio, dei giovanotti delusi e degli anziani ormai abbandonati da Venere: per tutti costoro c’è in erba ad adiuvandam.

L’unguento favoloso delle streghe, utilizzato anche dalla Margherita di Bulgakov in una Mosca degli anni Trenta atea ma superstiziosa, è stato tramandato segretamente nei libri del comando: ricevuti in dono dal diavolo queste opere raccolgono tutta la sapienza su veleni e farmaci, filtri e legature.

Prendete un vasetto di crema, un cucchiaino di grasso vegetale, mezzo cucchiaino di belladonna, mezzo cucchiaino di erba delle streghe, tre gocce di sapone e mezzo cucchiaino di erba del lupo. Dopo averlo mescolato bene, strofinatelo sotto le ascelle e poi su tutto il corpo, a questo punto potete volare su boschi e valli[1].

Vediamo di analizzare i diversi componenti: il grasso serve solo ad amalgamare il preparato, la belladonna è una pianta molto velenosa e contiene l’alcaloide atropina. Le bacche, simili a ciliegie nere, sono, quando mature, molto intossicanti, ne bastano 20 per uccidere una persona. L’erba delle streghe o datura stramonio è anch’essa velenosa; l’erba del lupo o aconito nepello contiene nella radice l’alcaloide aconitina la cui anche minima dose è letale se ingerita. L’unguento certo non può far volare, può tuttavia far provare questa sensazione perché i veleni contenuti se assunti via epidermica e in determinate quantità sono allucinogeni similari al noto acido LSD.

Anna Jobstin processata nel 1506 a Castel Prosels e originaria della Val Venosta racconta di aver conosciuto la pratica stregonesca a Silandro, quando andava a servizio presso i signori Mulzer. Negli atti del processo sono contenute alcune ricette di filtri con erbe officinali come questa per riconquistare l’uomo amato “infallibile e sperimentatissima”: prendete alcuni peli della barba dell’uomo dal quale volete essere amata, se possibile quelli che crescono nell’orecchio sinistro e procuratevi una moneta che egli abbia portato addosso almeno mezza giornata. Mettete tutto a bollire in una pentola di coccio mai usata e piena di vino. Gettatevi a questo punto una manciata di salvia, una di ruta e dopo un’ora levate le moneta. Tenete la moneta nella mano destra e andate presso colui che desiderate toccandogli la spalla sinistra. Egli d’ora in poi vi seguirà dappertutto[2].

Due sono le forme della conoscenza delle culture dello spazio naturale, quella dei pastori e quella dei contadini, dette anche culture dello spazio aperto. La prima ha una controllata, ritmica e periodica mobilità, la seconda una forte impronta statica e sedentaria. Tuttavia entrambe hanno in comune la conoscenza profonda dell’ambiente che percorrono. Empiria medica e magia coesistevano nelle culture agrarie: gli amuleti contro il malocchio che colpivano uomini e bestie erano fatti di erbe spontanee. Paolo Boccone, botanico cinquecentesco del Granduca di Toscana, raccontava che gli agricoltori e i pastori prattici, così li definisce, riuscivano ad ottenere risultati molto efficaci con erbe, incisioni, salassi, impiastri e decotti ben conoscendo le proprietà di quasi tutte le piante che servivano a curare gli animali prima e gli uomini poi. Era un sistema di sapere che dall’ordine naturale prendeva segreti, suggerimenti e procedure. Anche in questo campo, ricorda Camporesi, la botanica ufficiale aveva molto da imparare dai raccoglitori analfabeti. Il corpo è il punto centrale e diventa un crocevia di saperi che si intrecciano con il mondo agreste: le vicende della salute umana vengono misurate attraverso il calendario vegetale. Per il pastore-contadino conoscere, capire, prevedere significa sopravvivere. Questo meraviglioso sapere, ancora oggi utile, nasce dalla dura esperienza esistenziale, da una condizione umana liminale, sempre avvolta nel rischio e nel pericolo. Soprattutto nel mondo agricolo, come testimonia Ginzburg parlando della tradizione friulana, la presenza femminile è essenziale: la strega campestre è presente ovunque e svolge funzioni insostituibili.

Ma questo sapere diverso e per secoli emarginato si trova non solo nella cultura occidentale.

Vari resoconti etnografici del XVIII e XIX secolo riportano complessi rituali dove le medicine tratte dalle erbe e dalle piante hanno funzione fondamentale. Turner, antropologo inglese, ha osservato presso gli Ndembu, popolazione dello Zambia, i riti e i culti curativi. L’adepto anziano e l’assistente[3] di recano nella boscaglia a scegliere le medicine da preparare poi per il rituale: spesso le piante vengono scelte per le loro caratteristiche visibili come la durezza, il colore, la forma e il luogo dove vivono. Vengono così associate alla malattia di cui soffre il paziente: il colore ad esempio svolge un ruolo importante, per guarire occorre ristabilire la bianchezza, ovvero la purezza dello spirito (l’ombra) dei malati e lo si fa attraverso l’utilizzo di essenze bianche. Le erbe vengono raccolte secondo una precisa sequenza di azioni e attraverso degli strumenti utilizzati esclusivamente per le medicine; poi subiscono due procedimenti diversi che le differenziano: la cottura in recipienti di argilla o lo sminuzzamento in mortai consacrati. Infine vengono rese ancora più efficaci se posate nelle vicinanze di buche nuove o vecchie di animali come le talpe o i formichieri: queste simboleggiano le tombe o le potenze generative (il grembo materno). Il dottore e l’assistente poi spruzzano il paziente con la medicina calda e fredda e vengono rivolte esortazioni alle streghe o a chi lancia maledizioni affinché si ritirino le potenze ostili.


[1] Da P. Ruggeri, Streghe, Ghirigori, Piacenza, 1999, pg. 90.

[2] Da P. Di Gesaro, I giochi delle streghe. Stregonerie confessate nei processi del cinque e seicento e convalidate dai massimi demonologi, Praxis 3, Bolzano, 1995, pg. 88.

[3] Questa è la descrizione di un rito curativo per una donna che non riesce a portare a termine le gravidanze e coinvolge lei come paziente, il marito, il dottore (triade visibile) e strega, ombra e Mvweng’i, ossia la sventura (triade invisibile).

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