I racconti delle pietre

Marta Villa, I racconti delle pietre, in Frammenti di geologia, Duck Edizioni, Castelfranco V.to 2010.

“Se volete sentire e capire i racconti delle pietre…

a mezzanotte, al chiaro di luna, spiccate una foglia di arnoglossa

su cui sia passato un gatto nero, spremete la foglia

tra il pollice e il mignolo della mano destra

e spalmatene il succo sul vostro orecchio sinistro…”

da L. Pesek, Viaggio di una pietra, NER, 1980

Pietre, terra, polvere, frammenti di minerali, laghi, torrenti, ghiacciai sono manifestazioni della natura che da sempre hanno affascinato l’uomo il quale ha cercato di darne dei nomi, proporre delle soluzioni alla loro comparsa o scomparsa, personificandoli, amandoli e odiandoli.

In ogni cultura presente sul pianeta gli antropologi e i folkloristi hanno individuato racconti leggendari popolati da queste presenze alle volte anche nei miti fondativi. Risulta evidente come l’immaginario archetipo umano ne sia stato attratto, infatti ancora oggi chi percorre i sentieri di montagna sa quanto sia vivificante la contemplazione di questi elementi.

È possibile quindi delineare una lettura culturale di fenomeni fisici quali ad esempio i ghiacciai o i laghi montani attraverso la cultura orale che è stata tramandata dalle diverse generazioni: leggende fondamentali sono quelle legate alla loro nascita o formazione e spesso descrivono gli attributi di valore, anche morale, che sono stati dati a questi monumenti naturali.

Se leggiamo con attenzione i racconti che riguardano il Ghiacciaio del Felix sul Monte Rosa, quello del Rutor nel Vallone di La Thiule, quello della Marmolada nelle Dolomiti Bellunesi, quello del Bernina lombardo, o quello del Giogo Basso sul Similaun in Sudtirol o addirittura la saga del ghiacciaio Pastreze negli Alti Tauri troviamo delle somigliane interessanti. Riguardo alla zona che oggi vede la presenza di questi ghiacciai sappiamo dalla tradizione che prima c’erano verdi pascoli lussureggianti, spesso c’è anche un villaggio (come quello di Felix o quello alle pendici della Marmolada) oppure è un ricco e avaro contadino o malgaro il padrone di quella fantastica zona. Arriva sempre un viandante straniero, un uomo male in arnese, senza nome che chiede ospitalità, una tazza di latte, del pane e del vino e un luogo dove riposare: ogni volta viene deriso, maltrattato, scacciato con le parole o con le legnate. Accade a questo punto in ogni leggenda l’evento drammatico e catastrofico, conseguenza diretta della maledizione scagliata dal viandante sugli abitanti malvagi: si addensano nere nubi, incomincia a nevicare e non smette per giorni e giorni… Al termine un nuovo ghiacciaio perenne, cupo e maestoso, occupa il posto dei prati verdi, abitato ora dalla anime vaganti di chi vi è stato sepolto sotto. Tutte le leggende vengono fatte risalire attorno al XVII secolo quando in alcune zone si sono manifestati più che in altre fenomeni correlati ad un periodo di freddo intenso, definito “piccola glaciazione”.

Le cime con i loro maestosi nevai e ghiacciai sono da sempre state considerate magiche, abitate da presenze soprannaturali e di natura spirituale: luoghi ove elevarsi oppure cedere a tentazioni diaboliche. In tempi remoti, nell’era preistorica del Paleolitico, la religione dominante era fortemente basata sulla venerazione della natura: la divinità più importante alla quale si dedicavano luoghi attraverso le pitture e le incisioni rupestri o l’arte mobiliare era la Dea Madre, o Grande Madre. A lei erano associate sia animali, come la civetta, il maiale, la selvaggina, ma anche luoghi come le grotte, ventre umido della terra, o le vette innevate da cui scaturivano ruscelli e cascate: l’acqua e i suoi meandri erano molto spesso rappresentati sulle stesse statuette votive della Dea attraverso la linea sinuosa, i labirinti e gli chevron. Ancora oggi diverse culture, specialmente quelle che vivono a stretto contatto con alture elevate come le Ande o la catena himalayana, hanno una profonda considerazione delle cime delle loro montagne: abitanti fantastici, si pensi all’ormai mitico Yeti, creature liminali come i Selvarech, gli uomini selvatici, portano nei loro nomi una cronologia antropica fatta di apparizioni, svelamenti, nascondimenti, momenti di contatto e di rifiuto e possono suggerire l’idea che i boschi e le montagne fossero percepiti come luoghi significativi.

Il cambio di ideologia e religione, con la scoperta della fusione dei metalli (Età del Rame), come si evince dalle numerose testimonianze archeologiche quali ad esempio le statue stele o le incisioni rupestri dove le armi e il sole divengono l’oggetto di venerazione da parte degli uomini, relega la Dea Madre e tutti i simboli ad essa associati in subordine: trova dimora nella profondità delle oscure foreste o sulle vette innevate, rivestendosi di connotati negativi e sopravvivendo solo nelle leggende, nelle credenze e nelle favole che le genti di montagna raccontavano attorno al fuoco durante le serate invernali. La montagna che non è oggetto di imprese eroiche, ma è l’ambiente contro cui lottare per sopravvivere, si trasforma e i suoi attributi specifici divengono con la cristianizzazione luoghi demoniaci: i ghiacciai sono immoti, troppo silenziosi, angoscianti… Non si dimentichi che l’Alighieri nella sua Divina Commedia descrive Lucifero per metà del corpo intrappolato nel ghiaccio, il centro dell’Inferno non è quindi tra vampate di caldo e fiumi di lava. I laghi alpini, soprattutto quelli in quota, sono la dimora di presenze inquietanti: streghe, folletti malvagi, draghi o strani basilischi addormentati ma feroci… Le rupaie, spesso, sono punti di approdo delle anime del purgatorio oppure dei dannati senza pace… I Conchodon o Megalodon, fossili di conchiglie marine presenti nelle formazioni rocciose risalenti al Triassico superiore circa 200 milioni di anni fa, sul Sasso Malascarpa nel Triangolo Lariano erano per la gente dei Canzo le impronte lasciate dal diavolo in persona e dalle sue streghe trasformate in capre che si riunivano attorno alle pietre per il loro riti sabbatici.

Non c’è da stupirsi nemmeno per la concentrazione di incisioni rupestri presenti in Valle Camonica e precisamente a Capo di Ponte, se ci si ricorda dello spettacolo naturale più affascinante di cui si possa essere spettatori: tutti gli equinozi, per un periodo temporale di qualche giorno dalla data esatta, chi si trova nella zona può ammirare all’alba il fascio di luce che viene sparato dal sole che sorge dietro la cima del Pizzo Badile e al tramonto il raggio di luce che si alza verso il cielo dalla fessura centrale del Concarena, quando il sole cala dietro il monte. Un fenomeno unico ed estremamente limitato nel tempo ha fatto simbolicamente assumere alle due montagne, l’una opposta all’altra, valenze maschili-femminili e magico-religiose e può aver stimolato negli abitanti preistorici della valle l’individuazione proprio sulle rocce dei dintorni di un vero e proprio santuario naturale.

In conclusione è utile ricordare anche la presenza dei menhir su Alpi e Appennini che vennero collocati con la duplice funzione, compresa ancora da pochi studiosi purtroppo, di indicatori viari e simboli religiosi. L’uomo ha da sempre avuto l’irrefrenabile impulso al migrare, al camminare e solo grazie a questa azione, difficile da appendere ma poi automatica nella quotidianità, ha scoperto il mondo circostante ad ha iniziato a costruirsi il proprio paesaggio, occupando spazi, e riconoscendo una propria geografia interiore fatta di presenze, assenze, discontinuità, passaggi. Tale mappatura spaziale ha permesso all’uomo di farsi esploratore consapevole e di sopravvivere: ha creato anche tutta quella serie di toponimi utili a ricordare le proprie mappe mentali e poterle trasmettere ad altri. Le prime architetture lasciate dall’uomo sono proprio le stele, oggetti semplici ma assolutamente densi nel significato: spesso sono solo elementi del paesaggio che da distesi assumono la posizione eretta, alcuni rimangono grezzi, altri vengono incisi e istoriati; essendo oggetti stratificati, raccontano attraverso la loro parola di pietra vicende intense. Zoomorfi o antropomorfi, come le statue stele della Lunigiana o del Trentino Alto-Adige, sono esempi di costruzioni che armonizzate con il paesaggio circostante diventano dei punti di riferimento fondamentali perché collocati il più delle volte su punti cruciali di attraversamento di quelle vie di caccia, prima, e di transumanza, poi, che diventeranno le vie dei pellegrinaggi dell’Europa medievale. La via di transumanza più antica delle Alpi, che transita dal Monte Baldo al Oetztal in Austria[1], è marcata da questi punti, attorno ad essa sono nate leggende e miti su ghiacciai e laghi con città fantasma, si trovano lì collocati menhir di gneiss con teste di bovide e ariete e ancora oggi è segnata da S. Martino e il passo più complicato, il Tisenjoch, protetto dalla Madonna, che viene rappresentata come Dama Bianca o Signora delle Cime contornata da nuvole e neve.


[1] Da Domenico Nisi, L’uomo dei ghiacci ed insediamenti di lunga durata nella tradizione pastorale del Similaun, “I congresso internazionale sulla Mummia dei Ghiacci”, Bolzano, 21 settembre 2001.

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