Bosco e uomo

Marta Villa, Bosco e uomo, in Alberi. Le colonne del cielo, Duck Edizioni, Castelfranco V.to 2007.

La foresta e il bosco sono luoghi magici, carichi di mistero, evocativi. Un medico del cancelliere Bismarck raccontava che al suo paziente, esaurito dall’eccessiva tensione nervosa dovuta agli impegni di governo, consigliò come terapia di sdraiarsi mezz’ora al giorno sotto una quercia. Anche questo libro deve essere un invito a sdraiarsi metaforicamente all’ombra delle piante, a passeggiare in un prato, a contemplare fiori e colori che la natura ogni istante ci pone di fronte, nel continuo cangiarsi e nella mutevolezza che incanta l’uomo e lo fa quasi ipnotizzato da essa. Il poeta francese Valéry ha riassunto questa suggestione con tre parole: la bellezza sempre ricominciata. La natura racchiude in se stessa questo straordinario segreto: la propria bellezza è così intensa perché muta e ricomincia in ogni momento, ad ogni nostro sguardo, come la charis greca, la grazia che era appellativo della sola dea Afrodite.

Ed è proprio per questo che l’uomo ha bisogno di foresta. Lo ha detto, scritto, rappresentato migliaia di volte; è proprio per questo che ciascuno di noi almeno una volta nella vita sente il richiamo del bosco e della immersione nella natura.

I nostri antenati erano più consapevoli di questo fenomeno e nel bosco compivano i riti più importanti, avevano dato alle piante e alla vegetazione una connotazione magico-religiosa, che nemmeno il cristianesimo ha saputo sradicare completamente: ancora oggi moltissimi luoghi dedicati a santi o alla Madonna celano l’antica ubicazione di santuari naturali dove alberi o fonti prodigiose erano custodite dalla dea Madre, fertile e protettrice.

Nella storia della letteratura la foresta si dice in molti modi e si presenta come un universo di simboli, immagini e riferimenti ambigui e spesso diversi: l’impossibilità quindi di ridurla ad una connotazione univoca è palese. La foresta è anzitutto immagine vivente del limite e della misura dell’azione civilizzatrice dell’uomo sulla natura: è frontiera geografica, psicologica e filosofico-antropologica. Sicuramente la possiamo indicare come luogo dell’altrove, sospeso e dichiaratamente ex lege, ma anche refugium, sede del fantastico e del favoloso. Nelle oscurità del bosco, nelle sue penombre i miti si sviluppano e il meraviglioso può crescere liberamente. La foresta è anche il luogo della libera scelta, degli amori segreti e degli incontri; non solo, ricorda anche il desiderio del viaggio e di tutta la sua dimensione, dell’esplorazione e dell’avventura: la foresta medievale è ricca di tutte queste suggestioni, la nuova foresta delle Americhe invece si riempie di tensione e di paure mostruose e sbalorditive. La foresta era ritenuta selvaggia e ostile; fin dal mesolitico il progresso dell’umanità ha dipeso dallo sradicamento e dall’abbattimento degli alberi che ricoprivano tutta la terra[1]. In un dizionario poetico del 1600 la selva viene definita come dreadful, gloomy, wild, desert, uncouth, melancholy, unpeopled, beast-haunted[2]: una rappresentazione della natura al suo stato selvaggio e deprivata completamente dell’uomo. Bachelard definisce la foresta come il luogo dello sprofondare angoscioso in un mondo senza limiti, dove non si sa più dove si vada e nemmeno dove ci si trovi, simile quindi al mondo intricato e oscuro del proprio io inconscio. Accade così lo spaesamento: una sensazione radicale che viene vissuta da chi si trova nel bosco alla ricerca di un punto di riferimento che difficilmente può trovare all’esterno di se stesso. Nell’illimitatezza della selva bisogna cercare e trovare una propria via: l’antropocentrismo è inevitabile anche sostenendo la sua completa indeterminatezza. La natura, gli alberi,  il sottobosco tuttavia sono imperscrutabili perché antichi, nobili e preesistenti a ciascuno di noi, e conservano nel proprio cuore spiriti sepolti, come addormentati, belve indomabili, la vera manifestazione del selvaggio, del diverso. Qui abitano i cannibali, che ricordava Michel de Montaigne nel 1500 nei suoi Essays: la natura al suo stato primitivo e spontaneo, divenuta invece l’inferno dei conquistadores. L’homo silvestris, che vive fra gli alberi e vive di alberi, diviene inquietante nell’immaginario dell’uomo civile perché assolutamente privo di delimitazioni, tale e quale alla sua selva ambigua. Gli uomini del bosco suscitano turbamento, vengono associati al demonio in moltissime leggende ed evocano il confine labile primordiale tra l’uomo e la bestia. Per chi esplora, la foresta appare maestosa e smisurata, le sue dimensioni sono continentali, sovrabbondanti, è inestricabile: un mostro pericoloso e inquietante ma al contempo maestoso a cui si deve un rispetto incondizionato. Diviene allora quasi un personaggio, come nel Macbeth di Shakespeare o nel Signore degli Anelli di Tolkien, la forza della natura notturna e magica incontrollabile che si ribella a chi si muove contro le sue norme. Passa quindi ad impersonficare il luogo dell’irrazionale e dell’ambiguo in contrapposizione classica con il villaggio abitato, sicuro e ospitale. Un luogo frontiera di per sé, posto a debita distanza dal consorzio civile, che consente di non distanziarsene totalmente e nello stesso tempo di collocarsi alle soglie del mondo naturale, dove mettere alla prova se stessi[3].

Ma nel bosco abbiamo anche i sentieri, linee tracciate apparentemente dalla stessa natura per condurre altrove: i sentieri vanno errando ma non si smarriscono, dice Heidegger che ha fatto esperienza della Foresta Nera, sono infatti i sentieri stessi a vagare, e ad appellarsi e a dischiudersi al viandante; mai che quest’ultimo possa imboccarli di proposito.

Anche Walser, scrittore svizzero a cavaliere tra 800 e 900, parla del bosco: luogo che soffre come chi soffre, che insegna a sopportare la sofferenza e la malinconia, topos cercato, perché capace di comprendere l’uomo e la sua tristezza. Il bosco richiama, controlla, culla, permette l’abbandono… Per Walser è come un’onda, verde, un fluido che avvolge e che fa sentire l’uomo esso stesso bosco, in una ricongiunzione nel grembo della natura che diviene salvifica e vivificante.


[1] Cfr. da K. Thomas, L’uomo e la natura. Dallo sfruttamento all’estetica dell’ambiente 1500-1800, Einaudi, Torino, 1994, pg. 250.

[2] Orribile, cupa, selvaggia, deserta, desolata, mesta, spopolata, infestata dalle fiere

[3] G. Civati, C’è troppo nulla qui. Appunti per una storia dell’idea di foresta, CUEM, Milano 2005, pg. 43

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