Addio fiumi! Addio anche a voi miei cari! Sentimenti, luoghi e senso di appartenenza dei migranti Una lettura antropologica

Marta Villa, Addio fiumi! Addio anche a voi miei cari! Sentimenti, luoghi e senso di appartenenza dei migranti. Una lettura antropologica, in MErica!Merica!, Campanò, Mori, 2008

Addio fiumi, addio sorgenti,

Addio ruscelletti,

Addio veduta dagli occhi miei,

Non so quando ci rivedremo.

Addio gloria, addio felicità,

Lascio la casa dove sono nato

Lascio il villaggio così ben noto

Per un mondo che non ho veduto.

Addio anche a voi miei cari,

Addio, forse per sempre,

Vi dico addio con le lacrime agli occhi

Ovunque sarò, oltre il mare,

Non dimenticarmi, amor mio

Se morirò di solitudine

Tante leghe al di là dell’oceano

La mia piccola casa, la mia dimora.

Questa poesia, tradotta dal gallego, è incisa sul monumento all’emigrante che domina l’Oceano Atlantico sulla costa nord-occidentale della Spagna, ma ben potrebbe riassumere il sentimento di spaesamento e di nostalgia anche dei migranti trentini che tra la fine del 1800 e i primi decenni del 1900 hanno lasciato le nostre vallate per cercare fortuna altrove. Essa permette di mettere in evidenza diversi punti preliminari riguardo il senso della migrazione: la relazione con il luogo, l’abbandono del luogo e il rischio della perdita dell’identità.

L’emigrante quando parte porta con sé una radicata visone del luogo che si lascia alla proprie spalle. Il paesaggio trentino occupava sicuramente un posto speciale nel cuore di chi partiva, soprattutto i paesi natii e quei tratti di ambiente naturale e rurale ricchi di elementi emozionanti quali ruscelli, acque, boschi e campi. D’altro canto, e questo forse interessa ampiamente in antropologia, le parole stesse di chi emigra dimostrano che una visione soggettiva del fenomeno, colta all’interno e dall’interno, può fare molto di più per esprimere i sentimenti veri – il dolore per la partenza, la nostalgia per la patria – piuttosto che le fredde analisi sociologiche che tendono a cercare visioni oggettive attraverso dati statistici e comportamenti stereotipati.

È utile ricordare che coloro che migrano non sono persone eccezionali, altre, diverse; al contrario la migrazione, soprattutto oggi, tocca la maggior parte di noi: nel mondo occidentale attualmente solo una minoranza di persone nasce, vive l’intera vita e muore nella stessa comunità rurale o nel medesimo quartiere urbano. Se avete compiuto uno o più spostamenti migratori, comprenderete i sentimenti che hanno mosso chi ha partecipato ai flussi precedenti e vi renderete sicuramente conto che avete preso parte ad uno dei maggiori processi, che oggi come allora, incessantemente rimodellano città, villaggi e comunità contadine, un processo strettamente connesso con il concetto di luogo.

La migrazione, soprattutto quella internazionale, è un processo fondamentale e ricorrente della mobilità e dell’amalgamarsi del genere umano. Gli stessi primi abitanti delle Alpi, e ricorro con la macchina del tempo ai cacciatori paleolitici e ai successivi mesolitici, più stanziali, hanno migrato e colonizzato il Trentino dalla pianura utilizzando come direttrice principale il Monte Baldo, come le ricerche del prof. Bernardo Bagolini e del prof. Domenico Nisi hanno ampiamente documentato[1]. Attraverso la storia questi processi hanno creato popoli sradicati e le stesse culture locali sono state spesso completamente cambiate e modellate dai processi migratori: trapiantate, distrutte, rimpastate. Dall’inizio del XVI secolo a quello del XX le rotte principali andavano dall’Europa occidentale all’America settentrionale o meridionale e ai Carabi[2]. Dopo il 1850 il volume della migrazione internazionale cominciò ad aumentare notevolmente, tra questa data e l’avvio delle operazioni belliche del 1914 circa 50 milioni di europei vi parteciparono[3].

Perché tutta questa massa di persone iniziò a spostarsi?

Le risposte sono molteplici: da un lato la povertà dei paesi d’origine e la possibile prosperità di quelli d’accoglienza; la nuova tecnologia dei trasporti sia via ferro, con una rete ferroviaria nuova ed efficiente, sia via mare, con le navi a vapore molto più sicure, economiche e veloci dei velieri; poi l’enorme crescita della popolazione europea e la mancanza delle risorse di sostentamento per tutti. Come dice lo studioso Grigg gli emigranti provenivano sempre più da zone industriali, erano artigiani ambiziosi o poveri urbani che fuggivano da squallide condizioni di lavoro. Il periodo 1901-13 vide la più intensa migrazione della storia italiana, quasi in 9 milioni partirono per recarsi oltremare, alcuni tornarono, ma per provocare altre emigrazioni. La migrazione a catena ha indotto gli emigranti di un dato luogo a raccogliersi nella stessa destinazione, magari facendo anche lo stesso genere di lavoro. Tale fenomeno viene favorito dai legami di parentela e dal naturale desiderio di trasferirsi in un posto dove vi sono amici e conoscenti già sistemati. Questa ricostruzione del senso del luogo e della comunità rendeva lo spostamento meno penoso per l’individuo e permetteva al migrante di arrivare in un ambiente familiare, dove trovava mutuo aiuto, sostentamento e solidarietà psicologica. È molto interessante vedere come questi gruppi abbiano mantenuto la propria identità: ad esempio la sicilianità dei migranti a Chicago, secondo il sociologo Zorbaugh nel suo studio del 1929, che hanno sempre rifiutato di amercanizzarsi.

I migranti sono legati al luogo in diversi modi: la migrazione è prima di tutto un vincolo umano tra luoghi, quello di partenza collegato strettamente con quello di arrivo e di insediamento. Infatti il significato del luogo per un migrante strappato alle sue radici è incancellabile; per quelli che provenivano da zone rurali, il punto di partenza e con il quale misurare tutta l’esperienza della migrazione era il paese. Il villaggio era realmente un luogo. Lo si vedeva, lo si segnava su una carta e si potevano descrivere tutti i suoi attributi: la strada dove transitavano uomini e bestie, la chiesa, edificio più grande degli altri, il cimitero poco distante, il mulino, la locanda, infine i campi a contorno, disposti secondo la natura dei corsi d’acqua, delle rocce e dei boschi. Tutti questi elementi si potevano percepire e ritornare alla memoria, evocati emozionalmente per i bambini nati in terre lontane. “Il villaggio era ancora di più. L’aggregazione di capanne ospitava una comunità. La gente della madrepatria aveva anche questo in mente quando pensava al villaggio. Parlava di relazioni, di legami, di famiglia, di parentele, di molto diritti ed obblighi. E questi doveri, privilegi, collegamenti, vincoli, avevano un loro sapore speciale, in certo qual modo un valore unico, un significato in termini della vita, del suo interno[4]”. Bourdieu rafforza ancora di più questo concetto coniando l’habitus del migrante: fatto di esperienze personali ed eredità spazio-temporale accumulata, sfondo geografico, origini culturali e reti di rapporti sociali. Solo questo dà alle persone un senso del loro luogo nel mondo, ci si aggrappa a questo, lo si modella e lo si adatta. L’habitus si manifesta, non solo attraverso il sorgere di circoli e associazioni, ma anche attraverso la letteratura, la danza, la musica. Bottomley ci parla di un’anziana greca (ma potrebbe essere benissimo trentina) che danzando in una piccola sala da ballo di Sydney la sua musica tradizionale sente, nel farlo, di essere a casa, nel suo paese, da ragazza: addirittura arriva a percepire piangendo il profumo degli abeti. Questo esempio di idealizzazione del luogo di origine è molto comune tra i migranti e non tiene conto della fame, della povertà e della fatica della vita rurale, ossia di tutte quelle condizioni che li hanno trasformati in migranti.

Non si deve dimenticare nemmeno che il fatto stesso della migrazione trasforma radicalmente il paese d’origine: una comunità solo di anziani, fattorie vuote e abbandonate, campi lasciati alla rinaturalizzazione; l’arcadia della memoria diventa in realtà luogo di abbandono.

Chi torna invece rimodella il paese d’origine: la nuova casa, realizzata grazie ai risparmi, è lo status symbol visibile del migrante che ha fatto fortuna. Questo mostra come il senso di luogo e di identità personale di chi parte comporti spesso il dualismo del qui e del laggiù: quando sono all’estero cercano la patria, quando ritornano in patria si identificano con l’estero. Lontano dalla patria ricreano spesso l’ambiente di casa per non sentirsi alienati, aggrappandosi al loro habitus, così cambiano il luogo che li ospita e diventano attivamente partecipi del mutamento socio-economico, non subendolo quasi mai passivamente.

Il problema del luogo è per il migrante di fondamentale importanza. Identità e luogo sono strettamente correlati dal senso di appartenenza. Il geografo Relph sostiene che essere umano significa vivere in un mondo pieno di luoghi significativi: essere umano è dover conoscere il proprio luogo. I sentimenti di appartenenza più intensi si focalizzano sui luoghi domestici: la casa, il giardino, il paese. Invece l’esatto contrario della non identificazione emotiva con un luogo è sentirsi stranieri: sensazione che hanno provato spesso i migranti.  Se la decisione di migrare non è stata supportata da una tensione ideale, si proverà poco attaccamento per la nuova patria; l’antipatia o timore nei confronti di un luogo possono creare vuoti di memoria, ossia determinati aspetti del luogo possono essere trascurati o dimenticati; il senso del luogo non evoca più appartenenza. È chiaro a questo punto sostenere che i luoghi in sé non hanno alcun significato intrinseco, ma solo quello che danno loro gli esseri umani sedentari o in movimento.

Concludo ricordando che oggi viviamo in un territorio glocale: la globalizzazione, come scrive giustamente Robins, mentre dissolve le barriere della distanza rende l’incontro tra centro coloniale e periferia colonizzata immediato e intenso. Mentre un tempo l’Europa si rivolgeva alle culture africana ed asiatica attraverso ampie distanze, ora l’altro si è installato proprio nel cuore della metropoli occidentale. Attraverso una specie di invasione alla rovescia, la periferia si è infiltrata nel cuore coloniale. I filtri protettivi di tempo e spazio sono scomparsi e l’incontro con l’esotico è ora istantaneo. Anche i migranti dell’era globalizzata vivono le stesse contraddizioni e le stesse tensioni che hanno sopportato i nostri nonni cent’anni fa, perché in ogni luogo c’è da sempre la tendenza a cercare di stabilire confini, non necessariamente materiali, per definire chi è straniero e chi invece è locale, fatti di sguardi, di parole, di azioni, di leggi… di strategie per mantenere geografico e culturalmente puro uno spazio mentale.

Bibliografia essenziale

M. Augé, Non luoghi. Introduzione ad una antropologia della surmodernità, Eleuthera , Milano, 1993.

B. Bagolini, D. Nisi, La presenza umana preistorica sul Baldo, in Natura Alpina, Vol. 32, n. 27 – II serie – Trento, 1981

D. Baines, Emigration from Europe 1815-1930, MacMillan, London, 1991.

S. Castels, M.J.Miller, The age of Migrations, MacMillan, London, 1993.

R. Cohen, The New Helots: Migrants in the International Division of Labour, Avebury, Aldershot, 1987.

U. Fabietti, L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco, NIS, Roma, 1995.

R.F. Foerster, The italian migration of our time, Harvard University Press, Cambridge, 1924.

A. Giddens, Conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo, Il Mulino, Bologna, 1994.

D. MAssey, P. Jess, Luoghi, culture e globalizzazioni, UTET, Torino, 2001.

J. Meyrowitz, Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna, 1995.

S. Rushdie, Patrie immaginarie, Mondadori, Milano, 1991.

E. Said, Orientalismi, Bolati Boringhieri, Torino, 1991.


[1] Cfr. da B. Bagolini, D. Nisi, La presenza umana preistorica sul Baldo, in Natura Alpina, Vol. 32, n. 27 – II serie – Trento, 1981.

[2] Si stima con precisione che il flusso migratorio quasi ininterrotto tra il 1500 e la fine del 1800 abbia portato nel Nuovo Mondo due milioni di europei e se milioni di schiavi africani (da P. C. Emmer, Intrecontinental migration in a world historical process, in European Review, 1,1, 1993, pg. 67).

[3] Il 70% andò in America del Nord (soprattutto negli USA), il 12% in Sud America e il 9% verso il Sud Africa, l’Australia e la Nuova Zelanda (da Luoghi, culture e globalizzazioni, a cura di  D. Massey e P. Jess, UTET, Torino, 2001, pg. 14)

[4] da O. Handlin, The uprooted, Little Brown, Boston, 1951, pg. 9.

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