Un itinerario preistorico: la “pista” paleolitica del Monte Baldo, Monte Stivo, Monte Bondone la più antica e lunga via di colonizzazione delle Alpi centro-orientali.

Marta Villa, Un itinerario preistorico: la “pista” paleolitica del Monte Baldo, Monte Stivo, Monte Bondone la più antica e lunga via di colonizzazione delle Alpi centro-orientali, in AltreStorie novembre 2010

Le vie di comunicazione, in particolare nei territori in prevalenza montuosi, sono state da sempre significative ed utili alla penetrazione, prima, e alla presenza, poi, della specie umana.

In epoca preistorica non esistevano, come oggi, segnaletiche colorate e scritte tali da permettere spostamenti sicuri su sentieri e vie di transito, ma il desiderio o necessità tutta umana, di esplorare e di raggiungere anche territori lontani è stata sicuramente la spinta propulsiva alla colonizzazione dell’ambiente alpino ed al transito in un territorio a volte ostile e difficile.

Nella zona delle Alpi centro-orientali abbiamo vie di passaggio e comunicazioni molto antiche: l’attuale autostrada del Brennero ha avuto un precedente itinerario preistorico che non correva sul fondovalle, acquitrinoso ed impaludato, perchè soggetto alle inondazioni stagionali del fiume Adige, ma seguiva perfettamente la sinclinale del Monte Baldo, partendo dalle colline dell’anfiteatro morenico del Lago di Garda (Monte Moscal), inoltrandosi poi lungo le pendici meridionali del Monte Baldo attraverso le praterie sopra Caprino Veronese e Ferrara di Monte Baldo, fino al Lago di Loppio, nella valle omonima per poi di nuovo risalire verso il Monte Stivo ed il Monte Bondone, raggiungendo i Monti della Paganella e della Mendola.

Una vera e propria “autostrada” percorsa come pista di caccia dai cacciatori-raccoglitori paleomesolitici che inseguendo con battute di caccia stagionali durante l’estate, in concomitanza con il disgelo e il ritiro dei ghiacciai, branchi di erbivori gregari come stambecchi e camosci alla ricerca delle praterie di quota, hanno potuto colonizzare l’ambiente alpino.

Gli animali avevano suggerito la dirittura di passaggio agli uomini: la loro ricerca infatti di ambienti idonei al loro sostentamento, come le praterie di quota, hanno permesso ai loro predatori, inseguendoli, di scoprire nuovi territori utili alla loro economia di sopravvivenza.

I numerosi ritrovamenti archeologici sul Monte Baldo sia in territorio veronese che trentino confermano questo itinerario: il prof. Domenico Nisi, in collaborazione con il prof. Bernardino Bagolini, ha individuato infatti più di 130 siti lungo la catena Monte Baldo-Monte Stivo-Monte Bondone relativi alle facies culturali del paleolitico (Uomo di Neanderthal e Cro-Magnon) e del mesolitico.

Il rilevamento di questi siti permette di delineare un itinerario lungo la sinclinale del Monte Baldo, Monte Stivo e Monte Bondone di circa 80 km, che ha favorito la successiva penetrazione dei nostri antenati nel Trentino centrale: antenati dunque che provengono da sud, come in altre zone alpine, che a poco a poco si sono stabiliti, con climi più favorevoli, in territorio prealpino e alpino, grazie a queste “vie” di comunicazione e di transito.

Questi studi che proseguono in modo sistematico da parte dello studioso roveretano dagli anni Settanta per tutto l’areale alpino, hanno portato a riconoscere la direttrice principale di colonizzazione delle alpi centro-orientali, forse la più lunga d’Europa, poiché essa raggiunge la Valle dell’Inn, attraverso la Schnalstal, il Similaun e l’Oetztal.

Seguendo infatti la fascia in quota delle antiche praterie alpine, si sono potute ritrovare numerose testimonianze del cammino dei primi cacciatori paleolitici e degli ultimi, quelli mesolitici, a partire soprattutto dal versante orientale del Monte Baldo, caratterizzato da morfologie più favorevoli per le tipologie insediative (bivacchi ed accampamenti) di quei nostri antenati, specie in corrispondenza di selle, passi panoramici ed in prossimità di sorgenti o pozze naturali d’acqua.

Dopo la prima fase di utilizzo della via in quota per scopi di predazione, con l’avvento di un altro tipo di economia di sussistenza, la rivoluzione agricola neolitica, la “strada” tracciata e tramandata attraverso la cultura orale, come accade ancora oggi per diverse tribù studiate dall’antropologia contemporanea, viene utilizzata come via pastorale.

Il bestiame allevato, in particolare pecore e capre, ma a volte anche i bovini, necessita di foraggio che viene cercato nelle praterie alpine e ciclicamente inizia quel sentiero di transumanza che ancora oggi a tratti viene utilizzato dai pastori provenienti dalla pianura per recarsi in zone di pascolo anche distanti come ad esempio da Remedello, pianura bresciana-mantovana, alle Valli Giudicarie e Madonna di Campiglio.

Purtroppo la meccanizzazione, anche in questa pratica umana, negli ultimi decenni, dove anche i pastori compiono tratti della loro transumanza trasportando le bestie con i camion, e la difficoltà di utilizzare determinate strade di accesso ha portato a mutare a volte gli itinerari tradizionali, che invece vengono ancora oggi percorsi per brevi tratti, ad esempio la transumanza storica della Schnalstal verso l’Oetztal.

In epoca antica invece dobbiamo immaginare che a fine primavera una fiumana di greggi percorreva i sentieri in quota per distribuirsi nei diversi pascoli del territorio alpino per poi ridiscendere in pianura alla comparsa dei primi freddi autunnali.

Una domanda sorge spontanea: come facevano ad orientarsi questi nostri antenati pastori, non essendoci cartine o segnalazioni come oggi siamo abituati a vedere quando camminiamo in montagna?

La sola tradizione orale o la pratica delle generazioni più giovani con i più anziani a volte non bastavano, tuttavia non dobbiamo stupirci di trovare lungo questo itinerario dei segnali chiari, ma non sempre oggi interpretati come tali, che erano utilizzati proprio come segnavia.

Se si guarda con attenzione la carta archeologica dove sono posizionati i ritrovamenti delle statue stele nella zona della Valle dell’Adige, del Bacino del Sarca e della Valle Venosta ed Isarco si possono fare delle interessanti scoperte e riflessioni interpretative.

Appare abbastanza improbabile pensare che i nostri antenati abbiamo faticato ad erigere questi monumenti per scopi solo ed esclusivamente cultuali o funerari, infatti confrontando la carta di distribuzione di questi monoliti con quella indicante la “pista” paleolitica si possono cogliere nuove possibili chiavi di lettura per buona parte delle statue stele.

Si nota infatti che la concentrazione maggiore di stele si trova in concomitanza con importanti incroci, dove ancora oggi si aprono strade per valli laterali significative per il passaggio verso vari territori: dei punti chiave dove gli errori potevano essere fatali, sia per gli uomini che per le greggi.

Questi punti erano pericolosi perché vedevano l’incrocio di territori diversi con popolazioni diverse: necessitavano quindi di una segnaletica che avvertisse e proteggesse dagli eventuali percoli.

Non solo, le stele potevano anche delimitare le diverse proprietà territoriali, tribù amiche o nemiche via via potevano essere incontrate lungo il cammino: come spiega l’economista Standage nel suo Una storia commestibile dell’umanità è proprio la rivoluzione neolitica a dare l’avvio alla pratica poi sempre più diffusa della proprietà privata.

Non c’è da stupirsi se le stele presentano quindi iconografie femminili come quella della Dea Madre, allora apice del pantheon religioso ed ideologico o  maschili, con attributi legati alla scoperta dei metalli, frutto dell’arte “magica” della fusione e tutti quindi con probabili funzioni apotropaiche e protettive.

Questi viaggiatori dell’antichità, che si spostavano non per diletto ma per sussistenza, avevano in testa delle mappe geografiche mentali: i luoghi e gli ambienti parlavano ai loro occhi e venivano cercati degli attributi solidi, difficilmente mutabili, che servivano nel racconto orale a specificare con maggiore forza le direzioni da prendere.

Proprio se si è a Remedello, nella pianura padana, in una giornata tersa si capisce questo meccanismo: guardando verso nord si scorgono sullo sfondo le colline dell’arco morenico del lago di Garda ed imponente il Monte Baldo; nel pensiero di questi nostri antenati risultava molto semplice trovare in quella catena un invito-sicurezza a spingersi verso quella direzione.

Anche la toponomastica del territorio veronese, trentino ed altoatesino, in particolare in corrispondenza di questa grande via di penetrazione, può concorrere a comprendere la relazione uomo-territorio: anch’essa era probabilmente utilizzata per descrivere i luoghi di passaggio.

Le radici di alcuni toponimi delle nostre valli, sorgenti, monti o luoghi che sono diventati successivamente paesi o frazioni, alle volte sembrano insoliti, se invece letti con gli occhi di chi quei territori li nominava per necessità, allora divengono più chiari.

Sono proprio questi segni materiali ed immateriali che vanno a costruire le carte non scritte e che ancora nel secolo scorso facevano da guida ai pastori che si inoltravano lungo i sentieri delle Alpi orientali.

In epoca storica insieme a questi transumanti troviamo un’altra serie di viaggiatori, anch’essi in cammino lungo questi itinerari: i pellegrini che si spostavano da nord a sud o viceversa sulle strade di pellegrinaggio più importanti d’Europa e che necessariamente trovavano le Alpi sulla loro strada.

Queste vie secondarie alla viabilità tradizionale del fondovalle possedevano dei requisiti molto utili: velocità di transito perché più brevi (ad esempio il Giogo di Tisa tra la Schnalstal e l’Oetztal e il Giogo di Tasca tra la Schnalstal e la Vinschgau permetteva di abbreviare moltissimo la strada obbligata del Passo Resia o del Passo del Brennero), sicurezza perché meno frequentate e controllate da soldati o briganti, possibilità di salvezza in caso di eventi alluvionali che investivano i fondovalle.

Troviamo quindi su questi itinerari una nuova stratificazione: i capitelli, le edicole votive, i santuari dedicati spesso alla Madonna, o a San Giacomo o a San Martino, ed ospizi.

Una viabilità antichissima e stratificata nel tempo, utilizzata in modi diversi, patrimonio tradizionale di chi fa del viaggio scelta di vita, ha permesso un attraversamento e un incontro con le Alpi che nei secoli è divenuto anche una colonizzazione vera e propria.

Probabilmente senza i cacciatori-raccoglitori preistorici che hanno fatto da apripista e le numerose tracce che inconsapevolmente hanno lasciato, ancora oggi non avremmo capito il fenomeno di penetrazione delle valli alpine e la maggior parte dei toponimi ci risulterebbe ancora oscura. L’uomo, come dice Careri nel suo Walkscape (Careri 2006), ha un bisogno innato a spostarsi e prima di innalzare opere monumentali o semplici costruzioni stabili, possedeva una forma simbolica con cui trasformare il paesaggio: il camminare, azione imparata a fatica, ma poi divenuta naturale.

Il camminare in qualsiasi territorio è una necessità per sopravvivere, procurarsi cibo e reperire informazioni utili per sé e per il proprio gruppo di appartenenza; solo questo camminare ha permesso all’essere umano di occupare spazio e di abitare il mondo.

Chi cammina è naturalmente curioso: la storia dell’umanità dunque è una storia fatta di cammini, di migrazioni, di scambi culturali avvenuti sulle vie ed attraverso le vie.

Chatwin, scrittore nomade anch’esso, ha riflettuto in diversi suoi scritti riguardo questa modalità umana: “l’uomo, umanizzandosi, aveva acquisito insieme alle gambe dritte e al passo aitante un istinto migratorio, l’impulso a varcare lunghe distanze nel corso delle stagioni; questo impulso era inseparabile dal sistema nervoso centrale; e quando era tarpato da condizioni di vita sedentarie trovava sfogo nella violenza, nell’avidità, nella ricerca di prestigio o nella smania del nuovo” (Chatwin 1996:27).

Utile risulta allora il consiglio dell’autore, inglese di nascita ma cittadino del mondo: camminare per scoprire e per studiare il circostante, scienze troppo sedentarie alla fine possono cadere nell’errore di presumere ciò che verrebbe confutato con una semplice passeggiata!

Nota bibliografica

B. Bagolini – D. Nisi, La presenza umana preistorica sul Baldo, in Natura Alpina 32, 1981, 91-104

F. Careri, Walkscapes. Camminare come pratica estetica, Einaudi, Torino, 2006.

B. Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi, Milano, 1988.

G. Deleuze-F. Guattari, Nomadologia, Castelvecchi, Roma, 1995.

D. Nisi, L’uomo dei ghiacci ed insediamenti di lunga durata nella tradizione pastorale del Similaun, I congresso internazionale sulla Mummia dei Ghiacci, Bolzano 21 settembre 2001

D. Nisi – M. Villa, Il passo del transumante. Per una archeo-antropologia in cammino, in Dolomites, SFF, Udine, 2009, 129-142

M. Grammatica, Archeologia e linguistica, Libreria Resola, Brescia, 1967.

T. Standage, Una storia commestibile dell’umanità, Codice Edizioni, 2010

 

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